Sfruttamento di operai cinesi a Prato, imprenditore agli arresti domiciliari

Venti lavoratori irregolari impiegati in turni fino a 16 ore al giorno. Indagini della Guardia di Finanza durate oltre un anno
Prato, 14 luglio 2026 – Un imprenditore cinese residente a Prato è stato sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per i delitti di intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro e impiego di manodopera clandestina. La misura cautelare è stata emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari su richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Prato.
L’indagato, originario della provincia di Hebei nella Cina settentrionale, operava attraverso tre imprese individuali che producevano capi di abbigliamento su commissione di aziende di moda internazionali, tra cui alcuni brand italiani. Le investigazioni, condotte per oltre un anno dal Gruppo Anti Sfruttamento dell’Agenzia delle Spettanze Integrate Toscana Centro e dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Prato, hanno ricostruito un sistema strutturato di sfruttamento lavorativo.
Venti operai cinesi, per lo più privi di permesso di soggiorno, erano impiegati in turni di lavoro massacranti che raggiungevano le sedici ore giornaliere, sette giorni su sette, senza alcuna tutela previdenziale o assicurativa. I lavoratori erano alloggiati in due dormitori ubicati a pochi decine di metri dai siti di produzione e, in più occasioni, venivano rinchiusi nelle fabbriche per impedire l’allontanamento e aumentare la produttività.
L’analisi dei quaderni del cottimo ha evidenziato retribuzioni parametrate su pochi centesimi di euro per articolo, ben al di sotto degli importi previsti dai contratti collettivi nazionali. Una delle tre imprese è stata sottoposta a controllo dell’Agenzia delle Entrate per gravi irregolarità: omessa presentazione di dichiarazioni IVA periodiche, mancato versamento di tributi e ritenute, nonché emissione di fatture per importi esorbitanti nonostante l’assenza di dipendenti formalmente assunti.
L’indagato aveva precedenti per analoghi reati. In un’inchiesta precedente, aveva patteggiato una condanna divenuta definitiva per sfruttamento lavorativo, vicenda originata dalla denuncia di una lavoratrice cinese che era stata aggredita dopo aver chiesto una giusta retribuzione. Nel procedimento attuale, la richiesta di aiuto di due lavoratrici dipendenti ha fornito l’input che ha consentito di delineare il sistema di sfruttamento. L’indagato ha utilizzato prestanome per mimetizzare le proprie attività, accorgimento che gli aveva già permesso di evitare l’arresto in flagranza durante un precedente controllo di polizia.
Dopo alcuni giorni di ricerche, l’indagato si è presentato spontaneamente all’autorità nella serata di ieri. Il procedimento si trova in fase di indagini preliminari. Il provvedimento cautelare potrà essere impugnato innanzi al Tribunale del Riesame e con ricorso alla Corte di Cassazione.




