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Lo Stretto di Hormuz e il memorandum che non ha retto alla prova dei fatti

Muscat, un fine settimana di trattative concitate: sul tavolo tre proposte diverse per gestire il transito nello Stretto di Hormuz, nessuna delle quali riesce a tenere in piedi l’intesa raggiunta poche settimane prima. È da questo punto di rottura che parte l’analisi di Trita Parsi per Responsible Statecraft, secondo cui il Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran può considerarsi, a tutti gli effetti, superato.

Il nodo formale riguarda il Paragrafo 5 del memorandum: se Teheran sia responsabile della sicurezza del transito lungo l’intero Stretto per la durata dell’accordo, oppure soltanto nel corridore settentrionale. Ma dietro questa disputa tecnica, scrive Parsi, si cela un disaccordo strategico più profondo, presente ancora prima della firma del memorandum.

Teheran ritiene che Washington punti a costruire un corridore meridionale attraverso le acque omanite, capace di erodere gradualmente il controllo iraniano sullo Stretto. Un corridore di questo tipo richiederebbe la cooperazione di Muscat, il che spiegherebbe, secondo l’autore, la minaccia di Trump di bombardare l’Oman qualora avesse insistito su una proposta di gestione congiunta con Teheran, basata su tariffe amministrative condivise.

Nel weekend a Muscat sono emerse tre proposte: un sistema di doppia notifica avanzato dall’Iran, tre corridori distinti (iraniano, omanita e neutrale) proposti dal Qatar, e una gestione separata dei corridori iraniano e omanita sostenuta da Stati Uniti e Oman. Secondo Teheran, quest’ultima opzione avrebbe formalizzato proprio la strategia americana temuta fin dall’inizio, lasciando all’Iran come unica leva di pressione il rischio di un conflitto diretto con l’Oman.

Washington contesta questa ricostruzione, sostenendo di essere stata disponibile a diverse soluzioni purché fosse garantito il transito sicuro delle navi commerciali. Secondo la versione americana, i negoziati sono naufragati dopo che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, consultata Teheran su una dichiarazione congiunta con l’Oman sull’apertura dello Stretto, è stato sconfessato dalle componenti più intransigenti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

Parsi elenca tre sviluppi che hanno convinto Teheran dell’imminenza di una ripresa del conflitto: il linguaggio più aggressivo di Trump, che ha definito gli iraniani “feccia” e dichiarato conclusa la tregua; la lettura iraniana dell’accordo libanese-israeliano come funzionale a indebolire Hezbollah in vista di una nuova guerra; la fuga di notizie sulla richiesta americana che Teheran dichiarasse aperto lo Stretto, percepita come tentativo deliberato di far fallire i negoziati.

L’autore sottolinea che le condizioni materiali per un nuovo round di conflitto sono peggiori rispetto a febbraio. Le scorte globali di petrolio osservate sono calate di circa 360-370 milioni di barili dalla fine di febbraio, secondo dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, con appena il 5% recuperato dopo la firma del memorandum. Le scorte strategiche statunitensi sono scese da circa 415 a 337 milioni di barili, mentre l’orizzonte delle elezioni di medio termine, a quattro mesi, riduce drasticamente il margine di tolleranza politica di Trump rispetto a un nuovo shock energetico.

Una fonte del Pentagono, citata da Parsi, ha inoltre segnalato che l’Iran produce missili più rapidamente di quanto gli Stati Uniti producano intercettori, mentre Washington deve dividere attenzione e risorse tra più teatri, dall’Ucraina a Taiwan, a differenza di Teheran che ne ha uno solo.

Il commento di GrNet.it

Un memorandum che affida a un solo paragrafo ambiguo la gestione di uno degli snodi marittimi più sensibili al mondo era destinato a reggere poco, e l’analisi di Parsi lo dimostra con dovizia di dettagli negoziali. Colpisce, dal punto di vista militare, come la vera posta in gioco non sia il transito delle petroliere ma il controllo di un corridore alternativo che priverebbe l’Iran della sua principale leva strategica: un obiettivo che richiede tempo e cooperazione regionale, non un’escalation improvvisa. I dati sulle scorte petrolifere citati nell’analisi meritano attenzione anche a Roma, perché qualunque nuova chiusura dello Stretto si tradurrebbe in un rialzo dei costi energetici che l’Italia, dipendente dalle importazioni, sentirebbe rapidamente. Resta da capire se le cancellerie europee abbiano strumenti autonomi di allerta precoce su Hormuz o se, come spesso accade, la lettura della crisi arrivi soltanto attraverso il filtro di Washington e Teheran.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 13 luglio 2026

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