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Stretto di Hormuz, il memorandum USA-Iran rischia di saltare

«L’attuale confronto riguarda dunque meno la navigazione che la sovranità e la leva strategica»: così Trita Parsi, su Responsible Statecraft, descrive il senso profondo dello scontro tornato ad accendersi tra Stati Uniti e Iran a poche settimane dalla firma del Memorandum d’Intesa (MOU) sullo Stretto di Hormuz.
Per la seconda volta da quando l’accordo è stato siglato, Washington e Teheran sono tornate allo scontro militare diretto. Gli Stati Uniti hanno colpito 80 obiettivi in Iran con munizioni di precisione, dopo che le forze iraniane avevano aperto il fuoco contro diverse navi in transito nello Stretto senza previo coordinamento con Teheran. La portata dei raid statunitensi avrebbe superato nettamente quella del precedente scambio, segno secondo l’autore di un intento che va oltre la ritorsione: ristabilire la deterrenza. Washington ha inoltre revocato la licenza che autorizzava le vendite di petrolio iraniano, cancellando una delle concessioni centrali del MOU. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha dichiarato di aver colpito 85 siti militari statunitensi nella regione, incluso il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein e la base aerea di Ali Al-Salem in Kuwait, sostenendo di averne distrutti otto.

Il nodo del contenzioso sono due letture opposte del testo dell’intesa. Teheran ritiene che, pur restando lo Stretto aperto, ogni traffico commerciale durante il periodo transitorio di 60 giorni debba essere coordinato con l’Iran mentre si negozia un assetto marittimo permanente. Washington interpreta invece l’apertura dello Stretto come libertà di transito nelle corsie iraniana od omanita senza obbligo di coordinamento con Teheran.

Per l’Iran non si tratta di una disputa tecnica ma strategica: Parsi osserva che i funzionari iraniani temono che gli Stati Uniti stiano usando il MOU per erodere il controllo iraniano sullo Stretto, creando di fatto un corridoio alternativo che resterebbe aperto anche in caso di ripresa del conflitto, privando Teheran di quella che i suoi strateghi considerano la principale leva negoziale: la capacità credibile di interrompere il traffico marittimo.

Dopo il precedente round di scontri, le due parti avevano esplorato un compromesso basato sulla doppia notifica, sia all’Iran sia a uno Stato del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) designato. I colloqui, tuttavia, non risultano conclusi prima di essere sospesi in occasione dei funerali dell’ayatollah Ali Khamenei. Durante la pausa, alcune navi commerciali, con i transponder AIS disattivati, hanno tentato di attraversare il corridoio meridionale senza notificarlo a Teheran, provocando la reazione armata iraniana.

Secondo l’autore, la revoca della licenza petrolifera rischia di indebolire proprio la leva che Washington intendeva preservare: se la concessione viene emessa e ritirata con eccessiva facilità, i potenziali acquirenti potrebbero giudicare troppo rischioso investire nel greggio iraniano, riducendone il valore sia sul mercato sia al tavolo negoziale. Il compromesso della doppia notifica, sospeso ma non archiviato, resta a suo giudizio la via più sensata per evitare che l’intero quadro negoziale salti per una questione di gestione nominale dello Stretto nelle prossime settimane.

Il commento di GrNet.it

Il precedente dottrinale più calzante resta quello delle crisi del Golfo Persico degli anni Ottanta, quando la cosiddetta guerra delle petroliere dimostrò che il controllo su Hormuz non si misura in trattati ma nella capacità concreta di condizionare il traffico marittimo con la forza. La disputa odierna, letta con questa chiave, non riguarda la sicurezza della navigazione quanto il riconoscimento implicito di un’autorità: chi decide chi passa, decide anche i termini della futura architettura di sicurezza regionale. Per l’Italia, che dipende dalle rotte del Golfo per una quota significativa degli approvvigionamenti energetici, la vicenda ricorda quanto sia fragile l’equilibrio tra libertà di navigazione dichiarata e controllo operativo effettivo. Vale la pena osservare che la revoca troppo rapida di un incentivo economico, come nota l’autore a proposito della licenza petrolifera, rischia di produrre l’effetto opposto a quello voluto, minando la credibilità di future concessioni diplomatiche.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 8 luglio 2026

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