Iran, dopo la guerra fallita resta solo la diplomazia: il dibattito sulle sanzioni a Washington

«Le promesse americane sono reversibili, gli impegni americani sono condizionali, e il sollievo dalle sanzioni promesso oggi può essere ritirato domani.» È attorno a questa premessa che Sina Toossi, analista del Quincy Institute for Responsible Statecraft, costruisce la sua lettura del dibattito in corso a Washington sull’accordo preliminare — definito memorandum d’intesa — raggiunto dall’amministrazione Trump con Teheran, che prevede misure di allentamento delle sanzioni come passi iniziali verso un’intesa più ampia.
Il punto di partenza dell’analisi è la campagna militare condotta dagli Stati Uniti contro l’Iran: circa 13.000 sortite in meno di quaranta giorni, una delle operazioni aeree più intense della storia recente. Gli obiettivi colpiti andavano ben oltre le installazioni militari e comprendevano acciaierie, aziende farmaceutiche, università, scuole, infrastrutture idriche e stazioni di polizia. Nonostante l’intensità dell’offensiva, l’Iran non ha ceduto: ha risposto infliggendo costi alle basi statunitensi e ai partner regionali, ha chiuso lo Stretto di Hormuz e ha mantenuto intatta una parte significativa delle proprie capacità militari asimmetriche. Missili e droni sono sopravvissuti in numero consistente, le infrastrutture militari sotterranee hanno retto in larga misura, e secondo diversi rapporti il processo di ricostruzione procede a un ritmo superiore alle attese.
Per decenni, argomenta Toossi, la principale leva di pressione di Washington su Teheran era la minaccia credibile dell’opzione militare. Quella carta è stata giocata, e non ha prodotto né la resa iraniana né un cambiamento sostanziale nel calcolo strategico di Teheran. È stata proprio la chiusura dello Stretto di Hormuz — con i costi crescenti che ha imposto all’economia globale e agli Stati Uniti — a spingere l’amministrazione Trump verso una diplomazia seria, che per definizione richiede concessioni iniziali da parte americana.
Il motivo, secondo l’analisi, risiede nella storia recente: sono stati gli Stati Uniti, non l’Iran, a demolire ripetutamente le basi della fiducia reciproca. Washington si è ritirata dall’accordo nucleare del 2015, il Piano d’azione globale congiunto (JCPOA), nonostante la conformità iraniana, ha reimposto sanzioni generalizzate e nell’ultimo anno ha condotto due attacchi militari a sorpresa. Anche l’amministrazione Biden aveva riconosciuto questa dinamica: nel 2023, dopo il fallimento del tentativo di rilanciare il JCPOA, aveva negoziato un’intesa di de-escalation che prevedeva lo sblocco di miliardi di dollari di asset iraniani congelati in Corea del Sud, trasferiti poi in Qatar come misura di fiducia. Quell’accesso fu poi nuovamente bloccato dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.
Dal punto di vista iraniano, le due principali leve negoziali rimaste sono lo stato del programma nucleare — incluse le scorte di uranio altamente arricchito — e il controllo sullo Stretto di Hormuz. Cedere entrambe in cambio di promesse di future riduzioni delle sanzioni significherebbe rinunciare ai propri strumenti di pressione prima di aver ottenuto garanzie concrete. Per questo Teheran insiste su una sequenza rigorosa, un’attuazione verificabile e benefici economici tangibili prima di negoziare la propria posizione di vantaggio.
I critici dell’accordo — tra cui alcuni democratici ed ex funzionari dell’amministrazione Biden — si oppongono alle misure di fiducia iniziali ritenute necessarie per rendere possibile la trattativa. L’analisi osserva che, se questa opposizione non è accompagnata da un’alternativa concreta, il risultato pratico è il ritorno a una strategia di «massima pressione» in condizioni oggi più pericolose: con un Iran che ha dimostrato la capacità di colpire attraverso lo Stretto, con attori regionali poco inclini a una nuova escalation e con un arsenale di strumenti coercitivi americani che ha già mostrato i propri limiti.
Il commento di GrNet.it
Un comandante che ha appena esaurito la propria riserva di fuoco senza ottenere la resa dell’avversario si trova in una posizione negoziale strutturalmente più debole di prima: è questa la situazione che l’analisi di Toossi descrive per Washington, e che un pianificatore italiano dovrebbe leggere con attenzione. La chiusura dello Stretto di Hormuz per settimane ha già mostrato quanto sia fragile la catena logistica energetica che attraversa il Golfo, con ricadute dirette sui mercati europei e mediterranei. Sul piano dottrinale, la vicenda solleva una questione che riguarda anche l’Italia: fino a che punto la credibilità della deterrenza dipende dalla disponibilità a usare la forza, e cosa accade quando quella forza viene impiegata senza produrre l’effetto politico atteso? Vale la pena distinguere, però, tra ciò che l’analisi documenta — la sopravvivenza di parte delle capacità missilistiche iraniane e la ripresa delle infrastrutture militari — e ciò che resta per ora rivendicato da fonti non verificabili in modo indipendente, come la velocità del processo di ricostruzione. La posizione del Quincy Institute è coerente con la propria scuola realista non interventista, e va letta come tale: non come una valutazione neutrale, ma come un argomento in un dibattito ancora aperto.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 29 giugno 2026




