Iran, l’accordo che chiude una guerra sbagliata: il Quincy Institute difende la scelta di Trump

Giugno 2026: la guerra tra Stati Uniti e Iran si chiude con un memorandum d’intesa, e Washington tira i remi in barca dopo un conflitto che non avrebbe mai dovuto iniziare. È in questo contesto che Trita Parsi, analista del Quincy Institute e voce storica del fronte non interventista americano, pubblica su Responsible Statecraft una valutazione controcorrente: l’accordo va difeso, non attaccato, anche da chi ha combattuto per anni contro la politica di confronto con Teheran.
Parsi non risparmia critiche a Trump: è stato lui a ritirare gli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA, nel 2018, innescando la spirale che ha portato al conflitto. Ma giudicarlo ora solo per come ha avviato la guerra, ignorando la scelta di porvi fine, sarebbe, secondo l’autore, un errore di metodo prima ancora che politico. Rob Malley — negoziatore chiave sia nell’amministrazione Obama sia in quella Biden — ha osservato su X che confrontare il memorandum d’intesa con il JCPOA è fuorviante: la domanda pertinente non è quanto valga rispetto ai risultati diplomatici del passato, ma quanto valga rispetto alle alternative disponibili oggi. E su questo piano, Malley lo definisce «di gran lunga preferibile a qualsiasi altra opzione sul tavolo».
Il nucleo dell’argomentazione riguarda la logica delle guerre prolungate. Quando un conflitto non produce i risultati promessi, la pressione politica spinge i leader a continuare piuttosto che ad ammettere il fallimento: ogni battuta d’arresto diventa argomento per un’ulteriore escalation, ogni costo aggiuntivo viene presentato come investimento necessario per non sprecare quelli già sostenuti. Il risultato è una deriva strategica in cui gli obiettivi originari vengono progressivamente sostituiti dall’obiettivo di non sembrare sconfitti.
L’Afghanistan è il caso di riferimento esplicito nell’analisi. Gli Afghanistan Papers hanno documentato che funzionari americani sapevano privatamente che la vittoria era irraggiungibile, eppure continuavano a dichiarare pubblicamente progressi imminenti. Il conflitto è durato quasi vent’anni, ha assorbito oltre duemila miliardi di dollari e si è concluso con il ritorno al potere dei Taliban: lo stesso punto di partenza.
Sul fronte interno americano, Parsi rivolge una critica diretta a una parte del Partito Democratico. L’opposizione al memorandum d’intesa rischia di replicare, in senso inverso, le stesse tattiche in malafede che i Repubblicani usarono contro il JCPOA nel 2015. Diversi parlamentari democratici hanno già trovato una via più equilibrata: criticare Trump per aver avviato la guerra senza attaccare i termini dell’accordo che la chiude. Quella, secondo l’autore, è la posizione corretta.
La minaccia principale all’accordo viene identificata all’esterno: il governo israeliano e la determinazione del primo ministro Benjamin Netanyahu a impedire qualsiasi riavvicinamento tra Washington e Teheran. Per neutralizzare questo rischio, il rapporto suggerisce misure concrete: sospendere gli aiuti militari a Israele e ridurre la cooperazione militare e di intelligence, in modo da limitare la capacità di Tel Aviv di riaccendere il conflitto e chiarire che gli Stati Uniti non seguiranno automaticamente Israele in una nuova guerra.
La tesi finale è che sostenere l’accordo non equivale a riabilitare Trump né a ignorare le responsabilità che ha accumulato. Significa scegliere di non ripetere il ciclo delle guerre senza fine che ha caratterizzato la politica estera americana degli ultimi decenni.
Il commento di GrNet.it
La distinzione che Parsi traccia tra responsabilità per l’avvio di una guerra e responsabilità per la sua conclusione è analiticamente solida e dovrebbe interessare anche chi ragiona in termini di dottrina delle alleanze: un alleato che entra in un conflitto per scelta politica interna, poi ne esce per le stesse ragioni, produce un profilo di affidabilità difficile da calcolare per i partner. Per l’Italia, che opera nel Mediterraneo allargato con una presenza navale e diplomatica che dipende in parte dalla stabilità del quadro regionale, una de-escalation tra Washington e Teheran riduce alcune pressioni immediate, ma non risolve l’incertezza strutturale sul comportamento americano. Il punto sull’Afghanistan merita attenzione: il meccanismo descritto — continuare una guerra per non ammettere il fallimento — non è esclusivo degli Stati Uniti, ed è una trappola che qualsiasi pianificatore strategico dovrebbe tenere presente quando valuta la sostenibilità di lungo periodo di un impegno militare. Resta aperta la questione di quanto un memorandum d’intesa, per sua natura meno vincolante di un trattato formale, possa reggere alle pressioni di chi ha interesse a farlo saltare: la variabile israeliana che l’analisi individua è reale, ma la sua gestione dipende da una coerenza politica americana che, al momento, non è garantita da alcun meccanismo istituzionale.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 giugno 2026




