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Dopo Starmer, Burnham eredita un’equazione fiscale irrisolvibile

Lunedì 23 giugno Keir Starmer ha rassegnato le dimissioni da leader del Partito Laburista e da primo ministro del Regno Unito, ponendo fine a una parabola politica iniziata con una vittoria elettorale schiacciante nel luglio 2024 e conclusa con indici di gradimento ai minimi storici. Responsible Statecraft pubblica un’analisi dell’ex diplomatico britannico Ian Proud che inquadra la crisi non come un semplice avvicendamento di leadership, ma come il momento in cui emergono le contraddizioni strutturali della politica estera e fiscale di Londra.

A succedere a Starmer sarà con ogni probabilità Andy Burnham, ex sindaco della Grande Manchester e già ministro sotto Tony Blair, che ha conquistato un seggio parlamentare in un’elezione suppletiva il 17 giugno, pochi giorni prima di candidarsi alla guida del partito. Burnham gode di una popolarità trasversale e viene considerato il politico laburista più attrezzato a contenere l’avanzata del partito di destra Reform, guidato da Nigel Farage.

Il nodo centrale, secondo Proud, è aritmetico: il debito pubblico britannico si attesta al 94% del PIL, la crescita è anemica, e il governo Starmer aveva già dovuto fare marcia indietro su un taglio alla spesa assistenziale di soli 5 miliardi di sterline, inclusa la proposta di ridurre i sussidi per il riscaldamento invernale agli anziani. In questo contesto, il sostegno complessivo a Kiev — pari a 29 miliardi di dollari (21,8 miliardi di sterline) tra governi conservatori e laburisti — diventa una voce difficile da difendere politicamente.

Sul piano diplomatico, il rapporto tra Londra e Washington si è deteriorato lungo tutto il mandato Starmer. La nomina di Lord Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti si è rivelata un errore grave, dopo che nuove rivelazioni sui suoi legami con Jeffrey Epstein ne hanno accelerato la rimozione. La visita di Re Carlo a Washington nel maggio 2026 ha offerto un momento di distensione, ma le oscillazioni del sostegno britannico alla campagna americana contro l’Iran e le divergenze sull’Ucraina hanno mantenuto la relazione sotto tensione. Starmer non ha mai parlato direttamente con Vladimir Putin nel corso dei suoi due anni di governo, ha respinto gli elementi centrali del quadro negoziale proposto da Trump — in particolare sulla questione delle concessioni territoriali — e si è allineato con i governi europei contrari a qualsiasi accordo che implichi cessioni di territorio ucraino.

Burnham si troverà davanti a una scelta che il suo predecessore ha evitato: riallinearsi con la posizione americana per favorire un negoziato, oppure mantenere la linea del sostegno incondizionato a Kiev. La prima opzione avrebbe un senso fiscale e potrebbe ridurre il vantaggio di Farage — vicino a Trump e concentrato sui temi domestici che stanno raccogliendo consensi — ma si scontrerebbe con la cultura politica del Partito Laburista, che ha una storia di ostilità verso l’attuale amministrazione americana. Lo stesso Burnham aveva definito Trump fonte di «instabilità per il mondo» nel febbraio 2025.

Proud, che ha trascorso gran parte della sua carriera diplomatica a osservare le tensioni tra Londra e i partner europei sul rapporto speciale con Washington, nota con una certa ironia che oggi la distanza tra la posizione britannica e quella americana sull’Ucraina è più ampia di quanto non sia mai stata. La Brexit aveva privato il Regno Unito del peso europeo; ora rischia di restare isolato anche rispetto agli Stati Uniti. La finestra per un riorientamento strategico esiste, ma è stretta, e il partito che Burnham si appresta a guidare potrebbe non volerla attraversare.

Il commento di GrNet.it

Può un governo tenere insieme il riarmo — con l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al doppio del livello attuale — e il finanziamento prolungato di un conflitto esterno, quando il bilancio non regge nemmeno i tagli minimi al welfare? La domanda che Proud pone per il Regno Unito vale, con varianti, anche per l’Italia, che ha assunto impegni NATO sul 2% del PIL in un quadro di finanza pubblica non meno vincolato. Ciò che l’analisi mette in luce è una tensione strutturale tra credibilità dell’alleanza e sostenibilità interna che i governi tendono a rinviare finché una crisi politica non li costringe a scegliere. Per Roma, il caso britannico offre un precedente utile: la pressione dell’opinione pubblica sui costi del sostegno a Kiev potrebbe accelerarsi se i partiti di opposizione — come Reform ha fatto in Gran Bretagna — decidessero di farne un tema elettorale esplicito. Vale la pena monitorare come Burnham gestirà il primo bilancio autunnale: le scelte britanniche sulla voce «Ucraina» potrebbero anticipare dinamiche analoghe in altri parlamenti europei.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 24 giugno 2026

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