Tre lezioni dall’Ucraina che l’Europa fatica ad applicare

Dall’estate del 2022 a oggi, il conflitto in Ucraina ha ridisegnato i parametri del combattimento terrestre e aereo in modo che nessun manuale di dottrina occidentale aveva anticipato con sufficiente precisione. In un’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), il ricercatore Nick Witney sostiene che gli europei si sono fermati alla superficie del problema: acquistare nuovi sistemi d’arma è necessario, ma non sufficiente a costruire una deterrenza credibile nei confronti della Russia, tanto più in uno scenario in cui la protezione militare americana potrebbe ridursi ulteriormente sotto l’amministrazione Trump.
La prima lezione riguarda la composizione degli inventari militari. Witney argomenta che la spesa aggiuntiva per la difesa, pur necessaria, rischia di perpetuare strutture di acquisizione obsolete se non è accompagnata dall’abbandono di programmi legacy. I grandi contratti pluriennali per piattaforme costose — sottomarini, cacciabombardieri, carri armati — continuano a drenare risorse perché rispondono agli interessi consolidati dell’industria e alle carriere costruite attorno a quei sistemi. L’esempio dei reggimenti di cavalleria polacchi, destinatari di 180 nuovi carri coreani K2, e delle portaerei britanniche — definite ridondanti — illustra come la tradizione militare possa ostacolare scelte razionali di allocazione delle risorse.
La seconda lezione investe la dottrina. Il modello di guerra manovrata multi-dominio, sviluppato dagli Stati Uniti e adottato dalla NATO, presupponeva la presenza americana come spina dorsale dell’Alleanza. Senza quella spina dorsale, gli europei non dispongono né delle forze né dei sistemi necessari per condurre operazioni di manovra su larga scala nella Pianura dell’Europa settentrionale. La controffensiva ucraina del 2023, condotta secondo i canoni NATO e fallita sotto la pressione dei droni e delle difese russe, ha dimostrato il vantaggio strutturale che la difensiva ha acquisito in questo tipo di conflitto. Da allora, Kiev non ha più richiesto carri armati o aerei da combattimento in quantità significative. Il rapporto propone che gli europei orientino la propria dottrina verso la difesa avanzata: forze schierate in posizione fissa sul confine orientale, infrastrutture difensive permanenti, sistemi automatizzati di gestione della battaglia sul modello di quanto l’Ucraina ha sviluppato in combattimento.
La terza lezione riguarda l’organizzazione interna delle forze. L’esercito ucraino ha progressivamente abbandonato il ruolo autonomo delle formazioni corazzate e sta superando il concetto di fanteria come arma distinta, sostituendo i soldati esposti con squadre di droni e robot terrestri. La struttura di comando si è appiattita: circa 110 brigate con fondi delegati e autorità di acquisizione autonoma, capaci di ridurre i cicli di sviluppo e produzione da mesi a ore. Le grandi formazioni NATO — divisioni e corpi da oltre 20.000 uomini — perdono rilevanza in questo schema. Sul fronte della difesa aerea regionale, invece, il coordinamento europeo è rimasto frammentato: i principali Stati dell’Unione Europea sviluppano sistemi nazionali concorrenti, mentre il Regno Unito ha scelto di affidarsi alla società americana Palantir per la gestione dei dati.
Witney conclude che la trasformazione è realizzabile, come argomentato in un apposito policy brief dell’ECFR, ma che il solo aumento della spesa — in larga parte finanziato a debito — senza una riforma strutturale rischia di diventare insostenibile sul piano sociale e politico, offrendo terreno fertile alle forze populiste che sfruttano il malcontento economico.
Chi ha operato in contesti NATO riconosce immediatamente la tensione descritta da Witney: le strutture di comando per grandi unità sono state costruite attorno a scenari di guerra convenzionale simmetrica che il conflitto ucraino ha messo in discussione in modo empirico, non teorico. L’osservazione sul fallimento della controffensiva del 2023 merita attenzione distinta da quella sulle capacità dichiarate: si tratta di un dato operativo documentato, non di una valutazione di parte. Per l’Italia, la questione della difesa aerea regionale integrata è particolarmente rilevante: il Paese è esposto sia sul fianco est sia su quello sud, e i sistemi nazionali sviluppati in parallelo dagli alleati europei riducono l’efficacia collettiva senza che vi sia ancora un’architettura comune di comando e controllo. La proposta di delegare fondi e autorità di acquisizione alle brigate — riducendo i cicli da mesi a ore — è la parte più radicale dell’analisi e anche quella che incontrerebbe la resistenza maggiore nelle burocracie della difesa continentale, Italia compresa.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 10 giugno 2026




