Aiuti militari USA a Israele: quanto pesa davvero la leva americana

«Israel would have been blown up a long time ago had I not gotten involved»: con queste parole Donald Trump ha risposto pubblicamente alle critiche israeliane sull’accordo preliminare con l’Iran, segnando uno dei momenti di maggiore tensione nelle relazioni tra Washington e Tel Aviv dall’inizio della sua presidenza. È a partire da questa frattura che Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, ha pubblicato un’analisi di Connor Echols che esamina cosa accadrebbe concretamente se gli Stati Uniti sospendessero l’assistenza militare a Israele.
Il nodo politico è netto: Trump vuole chiudere un accordo con l’Iran, Teheran ha condizionato qualsiasi intesa alla fine delle operazioni israeliane in Libano contro Hezbollah, e Israele rifiuta di ritenersi vincolato da negoziati condotti senza la sua partecipazione. Per sbloccare l’impasse, Washington dovrebbe esercitare una pressione diretta su Tel Aviv, facendo leva sui circa 4 miliardi di dollari di aiuti militari annui che trasferisce a Israele.
Sul piano operativo, una sospensione degli aiuti non interromperebbe immediatamente le operazioni israeliane, ma ne ridurrebbe progressivamente la capacità. Il punto di maggiore vulnerabilità è la flotta aerea: secondo Josh Paul, ex funzionario del dipartimento di Stato con oltre un decennio di esperienza nella supervisione dei trasferimenti d’armi, gli F-35 israeliani non potrebbero operare «per più di un mese, al massimo due mesi» senza ricambi americani. Le scorte di missili aria-terra e munizioni per la difesa aerea garantirebbero una continuità nel breve-medio periodo, ma Israele si troverebbe presto a dover scegliere dove concentrare gli sforzi militari.
I dati sull’assistenza fornita dopo il 7 ottobre 2023 aiutano a misurare la dipendenza strutturale: negli ultimi tre anni gli Stati Uniti hanno trasferito a Israele circa 12,5 miliardi di dollari in aiuti militari supplementari, oltre ai 3,8 miliardi annui ordinari. Il totale comprende circa 90.000 tonnellate di equipaggiamenti e munizioni, che il ministero della Difesa israeliano ha definito una «componente significativa» della prontezza operativa del paese.
Jon Hoffman del Cato Institute sostiene che anche la sola minaccia di una sospensione «invierebbe un segnale chiaro a Israele che la garanzia di un intervento americano non è più scontata», alterando in modo sostanziale i calcoli di Tel Aviv. Hoffman distingue tra la capacità difensiva israeliana — che ritiene autonomamente sufficiente — e le operazioni di proiezione regionale, che dipendono invece dal sostegno americano.
Alla leva militare si affianca quella diplomatica: senza la copertura statunitense in sede ONU e nelle istituzioni internazionali, Israele resterebbe esposto a pressioni che oggi vengono sistematicamente neutralizzate dal veto americano.
Il quadro, tuttavia, è complicato da dinamiche interne al Congresso americano. Secondo Paul, alcune disposizioni inserite in provvedimenti legislativi di passaggio obbligato puntano a «radicare» Israele nella base industriale della difesa americana e nella comunità dell’intelligence, rendendo strutturalmente più difficile per qualsiasi futuro presidente sciogliere il legame bilaterale. Se approvate, queste norme ridurrebbero ulteriormente lo spazio di manovra della Casa Bianca.
L’analisi conclude che Trump dispone di una leva straordinaria — inclusa la possibilità di negoziare in modo più rigido il prossimo memorandum d’intesa decennale tra i due paesi — ma che finora non ha mostrato la volontà di utilizzarla fino in fondo.
Il commento di GrNet.it
Un ufficiale di stato maggiore che pianifica scenari di coalizione sa che la dipendenza da un singolo fornitore per la manutenzione dei sistemi d’arma principali è una vulnerabilità strutturale, non congiunturale: il caso degli F-35 israeliani, che secondo l’analisi perderebbero operatività in uno o due mesi senza ricambi americani, è un promemoria diretto anche per le forze aeree europee che operano sullo stesso velivolo. Per l’Italia, che impiega gli F-35 e partecipa alla catena logistica NATO, la questione non è astratta: la dipendenza industriale dagli Stati Uniti in caso di crisi politica bilaterale è un rischio che la pianificazione della difesa europea non ha ancora affrontato in modo sistematico. Le disposizioni legislative americane descritte nell’analisi — quelle che puntano a integrare Israele nella base industriale della difesa USA — mostrano come la dipendenza possa essere deliberatamente istituzionalizzata per renderla irreversibile, un meccanismo che vale la pena studiare anche in chiave europea. Resta aperta la domanda su quanto la NATO e i suoi membri europei abbiano elaborato dottrine di continuità operativa in scenari di riduzione o interruzione del supporto logistico americano.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 17 giugno 2026




