Il dividendo di pace che l’Africa non vuole: armi e contractors dopo l’Ucraina

Quaranta milioni di armi leggere circolano oggi nel continente africano, e il 40% di esse è di provenienza illecita: è la stima dell’UN Institute for Disarmament Research (UNIDIR) che l’European Council on Foreign Relations (ECFR) pone al centro di una nuova analisi firmata da Lena Krause e Will Brown. La tesi degli autori è che la fine della guerra in Ucraina, lungi dal produrre stabilità globale, rischi di generare un’ondata di surplus militare — armi, droni a basso costo, contractors veterani — destinata ad alimentare i conflitti africani già in corso.
Il precedente storico è esplicito. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, enormi giacenze di armamenti entrarono nelle reti illecite di traffico internazionale, con intermediari come Viktor Bout — trafficante russo poi incarcerato negli Stati Uniti — che rifornirono le zone di guerra africane. Analogamente, la fine del regime di apartheid in Sudafrica e della minoranza bianca in Rhodesia liberò sul mercato migliaia di soldati addestrati, alcuni dei quali confluirono in compagnie militari private come Executive Outcomes. Più di recente, mercenari colombiani con esperienza controinsurrezionale sarebbero stati segnalati in Sudan.
Il conflitto ucraino sta producendo questo surplus su scala molto maggiore. Entrambe le parti hanno mobilitato milioni di soldati e ampliato la produzione industriale di sistemi d’arma economici, in particolare droni portatili. Sul fronte russo, reti di traffico di esseri umani avrebbero portato migliaia di africani a combattere in prima linea o a lavorare in condizioni assimilabili alla schiavitù nelle fabbriche di armamenti: molti di loro torneranno nei paesi d’origine con competenze militari acquisite sul campo.
La posizione di Mosca dopo un eventuale cessate il fuoco appare strutturalmente diversa da quella di Kyiv. L’Ucraina potrebbe beneficiare di decine di miliardi di euro in fondi europei per la ricostruzione, offrendo ai soldati smobilitati ragioni concrete per restare in patria. La Russia, invece, deve fare i conti con sanzioni, un mercato di partner economici ridotto e un modello bellico difficile da smontare: condizioni che potrebbero spingere Mosca a valorizzare il proprio vantaggio comparativo in armi e servizi di sicurezza. Fino al 2024, Mosca aveva firmato accordi di cooperazione militare con 43 stati africani; nel maggio 2026 Rosoboronexport, l’agenzia statale per l’export della difesa, ha dichiarato 20 miliardi di dollari spesi in 150 accordi di cooperazione militare con 46 paesi africani. Il Gruppo Wagner e il suo successore Africa Corps mantengono già migliaia di combattenti sul continente.
Anche l’Ucraina potrebbe entrare in questo quadro. Kyiv dispone di pochi accordi militari in Africa, ma alcuni contractors ucraini sarebbero già stati collegati al Sudan, e sarebbero emerse segnalazioni di istruttori ucraini impegnati nell’addestramento di combattenti Tuareg all’uso dei droni. La scala è ancora limitata, ma il precedente è stabilito.
Il rapporto individua margini di convergenza tra interessi africani ed europei. Le istituzioni dell’Unione Europea vantano esperienza consolidata nel contrasto al traffico di armi e potrebbero approfondire la condivisione di intelligence con governi africani, autorità portuali e di frontiera, estendendo il coordinamento direttamente alle autorità ucraine. Gli autori raccomandano inoltre di reinvestire nel European Peace Facility, originariamente concepito per sostenere le partnership di sicurezza africane prima che la guerra in Ucraina ne ridefinisse le priorità. Sul versante africano, il Protocollo di Nairobi e il Regional Centre on Small Arms (RECSA) offrono già un’architettura funzionante: una valutazione UNIDIR-RECSA del 2026 ha rilevato «chiari progressi» tra gli stati membri in materia di marcatura delle armi, gestione delle scorte e controlli sui trasferimenti. Ciò che manca, secondo gli autori, è la volontà politica di attivare questi strumenti prima che la fine di una guerra accenda la miccia di molte altre.
Il commento di GrNet.it
La dottrina italiana di gestione delle crisi nel Sahel e nel Corno d’Africa — elaborata nell’ambito delle missioni EUTM e delle operazioni a guida UA — si è sempre confrontata con il problema della proliferazione post-conflitto, ma quasi sempre in chiave reattiva, dopo che le armi erano già circolate. L’analisi dell’ECFR pone invece una questione di prevenzione anticipatoria: costruire meccanismi di intercettazione prima che il surplus si disperde, non dopo. Per l’Italia, che presidia rotte marittime e terrestri attraverso cui transita già oggi traffico illecito dal Nordafrica, la proposta di rafforzare la condivisione di intelligence tra UE, autorità portuali africane e Kyiv ha una ricaduta operativa diretta, non solo diplomatica. Vale la pena chiedersi se il European Peace Facility, nella sua attuale configurazione post-Ucraina, abbia ancora la flessibilità necessaria per finanziare questo tipo di cooperazione preventiva, o se richieda una revisione del mandato. La risposta a questa domanda determinerà in larga misura se gli strumenti esistenti resteranno sulla carta o diventeranno operativi nei tempi utili.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 15 giugno 2026




