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Vertice NATO di Ankara: la Turchia spinge per un’architettura di sicurezza pan-europea

Può l’Europa ridefinire la propria architettura di sicurezza senza aspettare che Washington decida quanto impegno mantenere nella NATO? È la domanda che, secondo un’analisi di Galip Dalay pubblicata da Chatham House l’8 giugno 2026, la Turchia intende porre al vertice dell’Alleanza in programma ad Ankara nel mese di luglio.

Il contesto è quello di tre crisi sovrapposte: la guerra russa in Ucraina senza prospettive di cessazione, le incertezze sull’affidabilità degli Stati Uniti come garante dell’Alleanza e il conflitto irrisolto che coinvolge Iran e Stati Uniti e Israele. In questo quadro, Ankara sostiene che la sicurezza europea non può essere gestita esclusivamente dai paesi membri dell’Unione europea, ma richiede una cooperazione strutturata tra tutti i membri europei della NATO — inclusi Turchia, Gran Bretagna e Norvegia — con l’obiettivo di rafforzare il pilastro europeo dell’Alleanza. Nel tempo, tale architettura potrebbe estendersi a stati europei non membri né dell’UE né della NATO, come l’Ucraina, e aprire la strada a un Consiglio europeo per la sicurezza.

Questo approccio pan-continentale comporta compromessi. Un’architettura più flessibile e policentrica, basata sul dialogo diretto tra capitali piuttosto che attraverso Bruxelles, guadagnerebbe in agilità ma perderebbe la solidità istituzionale e la chiarezza strategica che la NATO ha garantito sotto la guida americana. La Turchia ha già avviato forme di cooperazione industriale della difesa con Italia e Spagna che riflettono questa logica bilaterale.

Sul fronte degli strumenti finanziari, il meccanismo europeo di approvvigionamento della difesa Security Action for Europe (SAFE), dotato di 150 miliardi di euro, è al centro di una divergenza: la Germania si è espressa a favore dell’apertura dello strumento a Turchia e Gran Bretagna, mentre la Francia ha sostenuto di limitarlo ai soli paesi dell’UE.

L’analisi dedica ampio spazio al fianco meridionale, che gli autori considerano sistematicamente sottovalutato nel dibattito europeo sulla sicurezza. La guerra a Gaza, il revisionismo regionale israeliano, il cambio di regime in Siria e il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran stanno ridisegnando gli equilibri nel Medio Oriente allargato e nel Mediterraneo. L’Europa, rileva il rapporto, è assente dalla diplomazia sul dossier iraniano: un’assenza tanto più evidente se si considera che la preparazione del terreno per il Piano d’azione congiunto globale del 2015 era stata una delle realizzazioni più significative della diplomazia europea.

Oltre alla dimensione militare, il think tank londinese argomenta che la cooperazione di sicurezza deve includere la ridefinizione delle catene di approvvigionamento, i corridoi commerciali, la connettività e la sicurezza energetica. In questo ambito, la Turchia occupa una posizione geografica rilevante: è al centro del Middle Corridor tra Cina ed Europa e del progetto Iraq Development Road, che collega l’Oceano Indiano all’Europa.

Il vertice di Ankara dovrebbe, secondo i ricercatori, avviare un dialogo strutturato e continuativo su questi temi nel quadro del vicinato allargato europeo. Resta aperta la questione della Russia: i principali membri NATO mostrano una comprensione comune limitata su come definire la minaccia russa, quali interessi vitali siano in gioco in Ucraina e con quali strumenti perseguirli.

Il commento di GrNet.it

Un tavolo negoziale sul dossier iraniano senza nessun rappresentante europeo seduto: è l’immagine che sintetizza meglio il deficit di proiezione descritto nell’analisi di Chatham House, e che per l’Italia — paese mediterraneo con interessi diretti nella stabilità del Nordafrica e del Levante — non è una questione astratta. La proposta turca di un’architettura pan-continentale che superi la logica UE-centrica merita attenzione proprio perché Roma è già inserita in forme di cooperazione bilaterale con Ankara nel settore della difesa, e potrebbe trovarsi a dover scegliere tra la coerenza con la posizione francese su SAFE e l’apertura a formati più inclusivi. La distinzione tra ciò che Ankara dichiara di voler costruire e ciò che è già verificabile sul piano operativo rimane però da chiarire: le intenzioni espresse al vertice di luglio dovranno misurarsi con la concreta disponibilità degli stati europei a cedere quote di coordinamento strategico a un formato che non passa da Bruxelles. Vale la pena monitorare se il vertice produrrà mandati negoziali precisi o resterà a livello di dichiarazione d’intenti.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 giugno 2026

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