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Data center e reti elettriche: perché l’Europa non può permettersi di aspettare il 2027

Quando, nel 2020, i ministri dell’Unione europea approvarono le prime conclusioni sulla digitalizzazione sostenibile, la crescita dei data center sembrava ancora un fenomeno gestibile. Sei anni dopo, il quadro è radicalmente cambiato: l’European Council on Foreign Relations (ECFR) pubblica un’analisi in cui sostiene che le misure finora adottate — o soltanto annunciate — non sono sufficienti a evitare una crisi energetica strutturale legata all’espansione dell’infrastruttura digitale europea.

Il nodo centrale è la competizione per l’accesso alla rete elettrica. Da un lato, l’industria pesante ha bisogno di grandi quantità di elettricità per produrre idrogeno verde nel quadro della transizione a basse emissioni. Dall’altro, le grandi aziende tecnologiche richiedono potenza crescente per addestrare modelli di intelligenza artificiale e gestire enormi volumi di dati. A questo si aggiunge la domanda proveniente da pompe di calore e veicoli elettrici. Il risultato, secondo le stime citate nel testo, è un deficit combinato di offerta pari a 80 TWh entro il 2030.

Il problema non è nuovo: già nel 2018 alcuni ricercatori avevano segnalato che l’aumento della domanda elettrica del settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione avrebbe prodotto un incremento significativo delle emissioni di gas serra. La risposta politica, tuttavia, è rimasta lenta. La Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in the Energy Sector, pubblicata dalla Commissione europea il 3 giugno 2026 nell’ambito di un pacchetto più ampio sulla sovranità tecnologica, non prevede misure vincolanti per contenere i consumi dei data center. Gli standard obbligatori di prestazione energetica vengono menzionati soltanto come opzione da valutare entro il 2027.

L’ECFR ritiene questo approccio insufficiente. Il rapporto propone che l’UE segua l’esempio già adottato dalla Germania, dalla Cina e dal Giappone, decidendo già nel corso del 2026 quali standard di efficienza energetica rendere obbligatori. Parallelamente, il think tank chiede una maggiore trasparenza sui livelli effettivi di consumo energetico dei data center, dato che la Commissione stessa riconosce le difficoltà nel disporre di dati affidabili e aggiornati.

Sul fronte delle priorità di rete, il documento sostiene che i piani di elettrificazione in corso di elaborazione dovrebbero garantire un accesso preferenziale alle industrie impegnate nella decarbonizzazione, rispetto agli operatori di data center — come Amazon — che dispongono di risorse economiche proprie per finanziare i collegamenti alla rete. La logica è che il valore sociale della transizione industriale a basse emissioni giustifica una corsia preferenziale nell’allocazione delle capacità di rete.

Il testo affronta anche la dimensione della governance algoritmica: secondo i ricercatori, l’UE dovrebbe promuovere algoritmi più trasparenti e un uso più sobrio dell’intelligenza artificiale, ad esempio riconoscendo agli utenti il diritto di effettuare ricerche in rete senza che vengano generate automaticamente sintesi AI, così da ridurre i consumi energetici associati.

Infine, l’analisi segnala un’opportunità competitiva: oltre cinquanta start-up europee nel settore del green computing stanno sviluppando tecnologie in grado di ridurre il consumo energetico e l’impatto climatico del digitale. Puntare su questi segmenti meno energivori potrebbe rafforzare la posizione dell’Europa in un momento in cui altre regioni del mondo faticano a conciliare digitalizzazione e disponibilità di elettricità e acqua per la popolazione.

La questione dell’accesso prioritario alla rete elettrica ha un precedente dottrinale preciso nella pianificazione delle infrastrutture critiche in tempo di crisi: anche in ambito militare, la gerarchia delle priorità di alimentazione è definita per legge e non lasciata al mercato. Il fatto che la Commissione europea stia ancora valutando standard vincolanti «come opzione» mentre Germania, Cina e Giappone li hanno già introdotti suggerisce un ritardo normativo che potrebbe tradursi in vulnerabilità concrete per la resilienza energetica del continente. Da una prospettiva operativa, un deficit di 80 TWh entro il 2030 non è solo un problema industriale: riguarda anche la continuità delle infrastrutture digitali su cui poggiano sistemi di comando, controllo e comunicazione civili e militari. Vale la pena chiedersi se i piani nazionali di energia e clima — incluso quello italiano — stiano già incorporando questa variabile nella pianificazione della resilienza.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 5 giugno 2026

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