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Iran: negoziare il tutto o fermare solo la guerra?

Il ciclo di escalation e diplomazia che caratterizza il conflitto tra Stati Uniti e Iran dal 2026 pone una domanda strategica di fondo: è preferibile perseguire un accordo complessivo che affronti il nucleare e gli equilibri regionali, oppure limitarsi a formalizzare il cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz senza risolvere le questioni di fondo? Secondo analisti del Quincy Institute for Responsible Statecraft e di altre istituzioni, la risposta non è scontata.

Negli ultimi mesi il pattern si è ripetuto: ogni volta che negoziati sembravano progredire, voci favorevoli alla guerra hanno esercitato pressioni tali da indurre l’amministrazione Trump a lanciare nuovi attacchi, sabotando gli sforzi diplomatici. Andrew Day, senior editor dell’American Conservative, sostiene che questo meccanismo rende controproducente la ricerca di un accordo ampio. Se gli «Iran hawk» continueranno a bloccare qualsiasi intesa, allora il proseguimento della diplomazia potrebbe paradossalmente rendere più probabile una ripresa del conflitto. In questa prospettiva, meglio un accordo ristretto che formalizzi il cessate il fuoco e il ripristino della navigazione commerciale, senza affrontare il dossier nucleare.

Ben Friedman, policy director di Defense Priorities, va oltre: secondo lui, nessun accordo potrebbe essere la soluzione più sottovalutata. Legare la fine della guerra a negoziati sul nucleare e agli Abraham Accords, sostiene, rappresenta un ostacolo inutile alla conclusione immediata del conflitto.

Tuttavia, altri analisti vedono nella situazione attuale un’opportunità rara. Trita Parsi, vicepresidente esecutivo del Quincy Institute, argomenta che un accordo minimalista non offrirebbe stabilità duratura. Sebbene negli anni precedenti il JCPOA Washington e Teheran abbiano ridotto le tensioni senza risoluzione definitiva, quella fase è conclusa. Un accordo limitato comporterebbe il rischio di una nuova escalation. Parsi sostiene inoltre che Trump potrebbe essere più incline a rompere con i falchi se in gioco vi fosse un grande accordo storico, coerente con la sua ricerca di eredità politica.

Gli ostacoli rimangono però significativi. Vali Nasr, professore di relazioni internazionali alla Johns Hopkins University, nota che Trump continua a porre obiettivi massimalisti mentre offre concessioni minime, essenzialmente chiedendo la resa dell’Iran sul fronte nucleare. L’Iran, forte della sua capacità di chiudere lo Stretto e infliggere dolore economico globale, potrebbe ora ritenere di avere margini per negoziare condizioni migliori. Il deficit di fiducia è però enorme: la storia di esperienze diplomatiche negative con Trump, dal ritiro dal JCPOA agli attacchi a sorpresa di febbraio, rende Teheran cauta.

Sumantra Maitra, senior fellow del Center for Renewing America, aggiunge che la mancanza di coerenza strategica all’interno dell’amministrazione americana complica ulteriormente i negoziati. Se gli iraniani ascoltano negoziatori americani senza capire cosa realmente vogliano, costruire fiducia diventa quasi impossibile. Nasr suggerisce misure graduali di fiducia reciproca, come il ritiro dei blocchi dello Stretto o la riduzione della presenza militare americana, come possibile fondazione per accordi più ampi. Parsi controbatte che qualsiasi accordo che termini la guerra e riapra lo Stretto richiede già un grado significativo di fiducia; se quella fiducia si consolida, diventa la base per qualcosa di più duraturo piuttosto che una semplice pausa.

Il dibattito interno americano riflette una tensione classica della strategia militare: quando il costo della continuazione del conflitto supera il beneficio atteso, conviene una soluzione rapida anche se imperfetta, oppure si investe in una soluzione più ampia che elimini le cause profonde? L’Italia, come alleato NATO con interessi commerciali nel Golfo, dovrebbe monitorare quale opzione prevalga a Washington, poiché una pace minimalista potrebbe lasciare instabilità regionale cronica, mentre un accordo globale comporterebbe il rischio di ulteriori sabotaggi da parte dei falchi israeliani e americani. La questione della coerenza strategica americana, sollevata da Maitra, è particolarmente rilevante: un’amministrazione che non sa cosa vuole non può negoziare credibilmente, e questo vale tanto per l’Iran quanto per i partner europei della NATO.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 giugno 2026

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