Raid aerei in Nigeria: quando i colpi mirati diventano strategia senza strategia

A metà maggio 2026, il presidente Trump ha annunciato un’operazione congiunta con l’esercito nigeriano contro quello che ha definito «il terrorista più attivo del mondo». Il bersaglio era Abubakar Mainok, comandante logistico dell’Isis Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), ucciso in un raid aereo in una zona remota dove i piani di cattura terrestre erano stati abbandonati. Secondo il comunicato militare nigeriano, l’operazione ha eliminato oltre 170 combattenti. Secondo un’analisi del Quincy Institute, tuttavia, questa escalation rappresenta un’intensificazione di una tattica che ha dimostrato ripetutamente la sua inefficacia strategica.
Da quindici anni, gli ufficiali militari nigeriani annunciano vittorie decisive contro Boko Haram e le sue propaggini. Nel 2009, dopo il primo sollevamento di Boko Haram sotto Muhammad Yusuf, le autorità dichiararono la vittoria; l’anno successivo il gruppo riemerse ancora più pericoloso. Nel 2014-2015 raggiunse il controllo territoriale massimo, prima di essere respinto da forze nigeriane, ciadiane e nigerine. Gli Stati Uniti fornirono addestramento e supporto logistico significativo negli anni 2010, e possibilmente dispiegarono forze speciali nel nordest, ma non parteciparono direttamente a operazioni di combattimento. Nel 2016 nacque ISWAP come scissione affiliata all’Isis; da allora, entrambi i gruppi hanno condotto campagne di assassinii di soldati, estorsioni e terrorismo dei civili, rendendo zone remote ingovernabili.
L’analisi sottolinea un paradosso numerico: a quale cifra di combattenti «eliminati» corrisponde la vittoria? Se 175 combattenti ogni pochi giorni rappresentano il ritmo attuale, la matematica della sconfitta dell’insurrezione diventa assurda. Il precedente storico della guerra del Vietnam insegna che i conteggi di cadaveri non producono vittoria; altrettanto, gli attacchi di «decapitazione» contro leader non necessariamente disgregano le insurrezioni. Anzi, la violenza contro Boko Haram e ISWAP, specialmente quando colpisce civili accusati di appartenenza, ha storicamente alimentato il reclutamento.
Il raid americano nel nordovest dello scorso dicembre non ha alterato significativamente la dinamica locale. L’instabilità nel nordovest nigeriano è sintomo di crisi politiche, economiche e di sicurezza intrecciate: banditismo, criminalità organizzata e jihadismo coesistono. Ciò che Trump aveva chiamato «colpo potente e mortale» si è rivelato ambiguo e effimero; giornalisti e analisti hanno dibattuto su cosa e chi fosse stato colpito, mentre i civili dell’area subivano lo shock. Mesi dopo, gli analisti continuano a emettere avvertimenti sulle tendenze di lungo termine nel nordovest, sottolineando che le vere vulnerabilità dei gruppi militanti risiedono nelle relazioni comunitarie e nei comportamenti economici, non nella superiorità dei raid aerei.
Il think tank americano evidenzia come l’escalation americana pone problemi di sovranità nigeriana, trasforma gli Stati Uniti in bersaglio retorico per i militanti, confonde i civili e aggiunge tensioni a uno spazio politico già fragile, che ha registrato un presunto tentativo di colpo di stato l’anno precedente. L’Africa Command statunitense, nel suo rapporto al Congresso del 2026, descrive minacce in dettaglio ma offre teorie del cambiamento vaghe, suggerendo sorveglianza potenziata e addestramento continuo secondo un approccio «monitora e rispondi». Tuttavia, non esiste un piano che vada oltre il raid del momento. Mentre il danno da un eccessivo coinvolgimento americano è difficile da invertire, Mainok sarà dimenticato entro sei mesi.
L’articolo ripropone una lezione che le forze armate italiane conoscono bene dalla storia coloniale e dalle operazioni contemporanee: la confusione tra attività tattica e effetto strategico. I raid aerei possono eliminare comandanti e combattenti, ma non affrontano le cause strutturali che alimentano il reclutamento nelle insurrezioni. La Nigeria, come molti teatri africani, soffre di crisi di governance e sviluppo che nessun bombardamento risolve; anzi, l’intervento esterno amplifica il risentimento locale. Per l’Italia, membro NATO con interessi nel Sahel, il monito è chiaro: la tentazione di «fare qualcosa» militarmente deve cedere a una strategia di lungo termine basata su stabilità politica e sviluppo economico.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 26 maggio 2026




