La sicurezza africana oltre le sanzioni: il ruolo mancante della ricostruzione istituzionale

Secondo un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI), il sistema multilaterale di pace e sicurezza delle Nazioni Unite possiede tre funzioni consolidate – coercizione attraverso sanzioni, contenimento mediante congelamento di asset, segnalazione normativa tramite risoluzioni – ma manca di una quarta funzione critica per il continente africano: la costruzione di autorità politica legittima e capacità istituzionale negli spazi dove gli strumenti internazionali operano.
L’analisi, firmata da Natascha Hryckow (Associate Fellow RUSI e già coordinatrice del Panel di Esperti ONU sulla Somalia), parte da un’osservazione operativa: quando gruppi armati controllano territorio nel Sahel, riscuotono tasse nel Congo orientale o gestiscono sistemi giudiziari paralleli come Al-Shabaab in Somalia, non sono semplici minacce alla sicurezza ma attori politici che svolgono funzioni statali in spazi dove lo stato è assente, predatorio o ha perso legittimità. La risposta internazionale – designazione, sanzioni, pressione cinetica, partenariati di sicurezza – affronta il sintomo lasciando intatta la rottura relazionale e di governance che lo ha prodotto. Il risultato è un equilibrio distruttivo: la capacità dei gruppi armati viene degradata, i vuoti si allargano, nuovi attori li riempiono.
Hryckow sottolinea un’asimmetria strutturale del sistema: le tre funzioni esistenti mordono soprattutto sui soggetti deboli e rimbalzano sui potenti. Un regime sanzionatorio può degradare le entrate di un gruppo armato saheliano, ma non può vincolare significativamente una potenza maggiore, un membro permanente del Consiglio di Sicurezza o un fornitore sovrano di input finanziari e militari. L’architettura è calibrata sugli attori che si riesce a raggiungere, non su quelli il cui comportamento plasma l’ambiente in cui emergono gruppi armati, reti illecite e crisi politiche.
La proposta di «build» – costruzione – è stata formulata in un documento del 2021 e ha ricevuto sostegno dai tre membri permanenti occidentali del Consiglio di Sicurezza (P3) e interesse da Mosca e Pechino, ma non ha avanzato. Concretamente significherebbe: ricostruire corti, amministrazione pubblica e sistemi di riscossione su cui le comunità dipendono; integrare la ricostruzione della giustizia con la riforma del settore della sicurezza; affiancare meccanismi operativi guidati dall’Unione Africana alle risoluzioni del Consiglio; mandatare team di monitoraggio delle sanzioni per identificare le condizioni di costruzione istituzionale che una comunità necessita una volta degradato un attore designato.
L’autrice evidenzia che il sistema è forte a livello normativo e debole a livello operativo. Un’illustrazione è il regime anti-riciclaggio e antifinanziamento del terrorismo: l’ONU ha co-guidato lo sviluppo di standard globali sostanziali, ma negli stati più colpiti, dove i settori finanziari formali sono recenti e sovrapposti ai fornitori di telecomunicazioni centrali per il futuro del paese, la conformità retrofittata ha alienato gli attori necessari a far funzionare il sistema. Lo standard esiste, l’adattamento operativo no.
Hryckow conclude che il sistema multilaterale deve decidere se chiudere il divario operativo che è sempre stato presente, e se gli stati africani – che hanno più peso istituzionale di quanto abbiano scelto di esercitare – guideranno la riprogettazione. I numeri nel Consiglio di Sicurezza, nell’Unione Africana e nell’architettura finanziaria internazionale sono più favorevoli di quanto i risultati suggeriscano. Ciò che è mancato non è la leva, ma il suo uso deliberato e coordinato.
L’analisi RUSI tocca un nervo scoperto della dottrina NATO e della pratica italiana in Africa: le operazioni di stabilizzazione falliscono quando degradano il nemico senza ricostruire le istituzioni locali che le comunità riconoscono come legittime. Per l’Italia, presente in Mali, Somalia e nel Sahel, significa che il contributo militare e di sicurezza rimane sterile se non accompagnato da un impegno politico-amministrativo di lungo termine, cosa che le rotazioni annuali e i mandati brevi rendono strutturalmente difficile. La proposta di «build» non è radicale dal punto di vista concettuale – è stata pilotata – ma richiede una decisione architettonica che nessuna capitale occidentale ha ancora preso: trattarla come core business della pace, non come afterthought umanitario.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 19 maggio 2026



