Balcani occidentali, la dottrina del «ritorno diretto» e il dilemma europeo

Un contratto da 4 milioni di dollari per lobbying a favore dell’indipendenza della Republika Srpska dalla Bosnia-Erzegovina, la revoca di sanzioni a un politico bosniaco filo-MAGA, e la concessione per la costruzione del gasdotto «Southern Interconnection» assegnata a una società americana priva di esperienza nel settore — unica offerente — il cui fondatore è fratello di uno dei lobbisti che avevano lavorato per quella revoca. È da questa sequenza di fatti, ricostruita in un’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations (ECFR) il 26 giugno 2025, che Jim O’Brien — già negoziatore degli Accordi di Dayton e, nell’amministrazione Biden, coordinatore delle sanzioni e vicesegretario di Stato per l’Europa — trae la sua tesi centrale: Washington ha sostituito l’obiettivo trentennale di costruzione istituzionale con quello del «ritorno diretto» per le imprese americane.
La sostituzione non è solo dichiarata: è già operativa. La pressione americana per le dimissioni dell’Alto Rappresentante in Bosnia-Erzegovina — figura che deteneva l’autorità per risolvere una controversia immobiliare rilevante per il gasdotto — è presentata nell’analisi come il passaggio più sintomatico. L’Alto Rappresentante uscente aveva formulato una proposta per risolvere oltre mille contenziosi su proprietà statali senza che i proventi andassero alle élite politiche locali; la sua uscita apre la strada a una gestione più favorevole a quegli stessi interessi commerciali.
Il caso serbo aggiunge un ulteriore livello di complessità. La raffineria di Nis — l’impresa più redditizia del paese, di proprietà russa e sotto sanzioni americane dal 2024 — è rimasta in un limbo: l’amministrazione Trump ha allentato e poi reimposto le sanzioni, per poi autorizzare la compagnia petrolifera statale ungherese MOL a trattarne l’acquisto. La vendita non è ancora stata approvata né da Mosca né da Washington. O’Brien osserva che la scelta finale su Nis fungerà da indicatore della direzione dell’amministrazione per i suoi ultimi due anni: sostenere un acquirente europeo o filo-occidentale, oppure imporre un acquirente americano in linea con la logica del «ritorno diretto», con il rischio che quest’ultimo rivenda rapidamente a soggetti russi.
Sul piano delle contromisure, il rapporto individua due leve distinte per l’Europa. In Bosnia-Erzegovina, la priorità è ottenere un Alto Rappresentante con un mandato esplicito a bloccare accordi opachi su proprietà statali e infrastrutture critiche, accettando probabilmente un compromesso con Washington che consenta ad alcuni attori americani di partecipare alle elezioni autunnali bosniache e di concludere un numero limitato di transazioni commerciali. In Serbia, la Commissione europea potrebbe esercitare in autonomia l’autorità sanzionatoria già disponibile — il principale azionista della raffineria è stato designato dall’UE nel 2022 — per imporre il trasferimento della proprietà a un acquirente ritenuto accettabile, eventualmente sostenendo un consorzio a guida europea.
La conclusione dell’analisi è che la logica del profitto a breve termine erode le strutture che hanno mantenuto la pace per oltre trent’anni, spostando potere e risorse verso soggetti che operano ai margini dello stato di diritto. O’Brien avverte che quanto accade nei Balcani potrebbe prefigurare il comportamento dell’amministrazione in altri contesti — Gaza, Ucraina, Caucaso meridionale — e che l’Europa dispone ancora degli strumenti per invertire la tendenza, a condizione di usarli.
Il commento di GrNet.it
La crisi di Dayton del 1995 insegnò che un accordo di pace regge finché le potenze garanti mantengono un interesse convergente nella sua tenuta: quando uno dei garanti inizia a trarre vantaggio dall’erosione delle istituzioni che quell’accordo ha generato, il meccanismo si inceppa in modo strutturale, non episodico. La proposta di O’Brien di usare le autorità sanzionatorie UE già esistenti per forzare il trasferimento della raffineria di Nis è tecnicamente percorribile, ma presuppone una coesione politica tra gli Stati membri che finora non si è manifestata proprio su questo dossier. Per l’Italia, che ha interessi energetici e di sicurezza nel corridoio adriatico-balcanico e partecipa alle missioni EUFOR Althea e KFOR, la destabilizzazione delle istituzioni di Dayton non è uno scenario astratto: si traduce in pressione diretta sulle catene logistiche e sui quadri di riferimento giuridici entro cui operano i contingenti. Vale la pena chiedersi se Roma stia coordinando la propria posizione con Parigi — indicata nell’analisi come interlocutore privilegiato con Washington su questo fascicolo — o se stia attendendo che altri definiscano il perimetro della risposta europea.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 26 giugno 2026




