La crisi dello Stretto di Hormuz supera i tre shock energetici della storia

Secondo un’analisi presentata presso Chatham House, il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), Fatih Birol, ha affermato che la crisi attuale dello Stretto di Hormuz produce effetti economici superiori ai tre maggiori shock energetici del passato: la guerra del Medio Oriente e l’embargo petrolifero del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 e l’invasione russa dell’Ucraina del 2022.
Nel corso dell’intervento del 21 maggio, Birol ha affrontato il dibattito sulla politica energetica britannica, sottolineando che il futuro del sistema energetico del Regno Unito risiede nell’elettrificazione, alimentata da fonti rinnovabili, energia nucleare e gas naturale. Ha inoltre respinto l’idea che nuove trivellazioni nel Mare del Nord potessero incidere sui prezzi petroliferi globali o sui costi per i consumatori britannici.
Birol ha evidenziato un punto cruciale: anche gli Stati Uniti, il maggiore esportatore energetico mondiale, rimangono esposti alle fluttuazioni dei prezzi internazionali del petrolio. Di conseguenza, qualsiasi nuova produzione britannica non avrebbe alcun impatto sui mercati globali. «Il Regno Unito è un price taker, non un price maker, e rimarrà così», ha dichiarato, sottolineando l’impossibilità per il Paese di influenzare i prezzi internazionali indipendentemente dai volumi estratti.
Birol ha inoltre avvertito del rischio che gruppi politici estremisti sfruttino l’aumento dei prezzi energetici internazionali per scopi politici domestici, attribuendo erroneamente al governo responsabilità che derivano da tensioni geopolitiche globali.
Riguardo alla situazione dello Stretto di Hormuz, Birol ha affermato che la fiducia nelle forniture dalla regione è stata compromessa e che sarebbero necessari sforzi considerevoli per ripristinarla. Ha avvertito che il mondo potrebbe entrare in una «zona rossa» nel luglio o agosto qualora lo Stretto rimanesse chiuso, coincidendo con l’inizio della stagione estiva e l’aumento della domanda di petrolio.
L’analista ha inoltre evidenziato i rischi di inflazione e shock alimentare causati dall’aumento dei prezzi delle materie prime. Ha identificato grano, riso e mais come colture fondamentali per il settore agricolo, con il 60% dei costi di produzione derivante da fertilizzanti e carburante diesel. L’aumento simultaneo dei prezzi petroliferi e alimentari potrebbe alimentare pressioni inflazionistiche globali, con effetti particolarmente gravi sulle economie emergenti.
Nel corso dell’evento, Birol ha anche discusso l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla sicurezza energetica e la crescita della penetrazione dei veicoli elettrici nei mercati cinese e del sud-est asiatico, dove la quota di auto elettriche vendute ha raggiunto quasi il 60% in Cina e mostra tassi di crescita significativi in altre regioni.
L’analisi dell’IEA solleva questioni rilevanti per la NATO e per l’Italia in particolare: la vulnerabilità energetica europea rimane strutturale e non risolvibile con soluzioni nazionali isolate, come suggerisce il caso britannico. La «zona rossa» estiva nello Stretto di Hormuz rappresenta un rischio operativo concreto per la stabilità dei mercati globali e della coesione atlantica. Per l’Italia, membro del Mediterraneo e della NATO, la lezione è che la sicurezza energetica passa attraverso diversificazione delle fonti e resilienza infrastrutturale, non attraverso nuove trivellazioni domestiche. La questione della strumentalizzazione politica dei prezzi energetici merita attenzione anche nel contesto europeo, dove populismi e estremismi potrebbero sfruttare l’inflazione per delegittimare le istituzioni.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 21 maggio 2026




