Israele e il modello della «Super-Sparta»: i limiti della mobilitazione permanente

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, Israele si trova di fronte a un paradosso strategico nel corso del 2026. Sebbene la società israeliana continui a sostenere la campagna militare su più fronti contro l’Iran e Hezbollah in Libano, i sondaggi rivelano un crescente scetticismo verso la capacità del governo di conseguire una vittoria decisiva. Il governo Netanyahu sta tentando di istituzionalizzare uno stato di conflitto permanente a bassa e media intensità, denominato modello della «Super-Sparta».
Sul fronte iraniano, le aspettative iniziali di un collasso interno del regime si sono rivelate premature. Nonostante i significativi colpi militari subiti, la Repubblica islamica ha dimostrato una resilienza asimmetrica. La questione nucleare rimane irrisolta, e qualsiasi accordo futuro rischia di assomigliare al quadro del JCPOA del 2015, lo stesso trattato che l’amministrazione Netanyahu ha smantellato nel corso di un decennio. Secondo un sondaggio dell’Istituto nazionale per gli studi sulla sicurezza (INSS), il 61 per cento del pubblico israeliano respinge il cessate il fuoco con l’Iran, mentre solo il 29 per cento lo sostiene. All’inizio della guerra, il 69 per cento degli intervistati credeva che il regime iraniano sarebbe stato «significativamente danneggiato»; oggi solo il 30,5 per cento condivide questa convinzione.
In Libano, i negoziati diretti tra Israele e il governo libanese si sono svolti a Washington il 14 aprile, ma hanno ricevuto scarsa attenzione mediatica. Il governo libanese rimane debole e incapace di disarmare Hezbollah, anche dopo che il gruppo ha aderito allo sforzo bellico iraniano. Secondo un sondaggio dell’Istituto israeliano per la democrazia, l’80 per cento dei rispondenti ebrei sostiene il proseguimento della guerra in Libano indipendentemente dagli sviluppi in Iran. Il cessate il fuoco annunciato dal presidente Trump ha lasciato poco margine di manovra a Netanyahu, alimentando critiche domestiche, soprattutto nei comuni di confine del nord, dove i residenti percepiscono le politiche governative come un fallimento della sovranità.
Nel frattempo, il governo accelera le politiche di linea dura in Cisgiordania. Lo scorso mese il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato la legalizzazione di oltre 30 nuovi avamposti e fattorie coloniali, accelerando il processo di annessione di fatto. A Gaza, il discorso è tornato a concentrarsi su un inevitabile ritorno a operazioni su larga scala, poiché il fallimento del Board of Peace guidato dagli Stati Uniti nel garantire il disarmo di Hamas ha creato un vuoto di sicurezza.
Il modello della «Super-Sparta» richiede una società in stato di perenne prontezza militare, con servizio militare esteso e un’economia civile in costante allerta. Tuttavia, questo modello si scontra con un ostacolo fondamentale: i limiti delle risorse umane e materiali di Israele. L’IDF riconosce da tempo una grave crisi di personale, con 15.000 soldati mancanti secondo il capo di stato maggiore. La dipendenza da una riserva esausta, mobilitata ripetutamente dal 2024, ha generato tensioni economiche e erosione sociale. Esiste un crescente divario tra il desiderio governativo di una guerra di attrito «infinita», l’incapacità di arruolare cittadini ultraortodossi e la domanda pubblica di risultati chiari e tangibili.
Sul piano politico interno, i sondaggi di metà aprile 2026 indicano un significativo cambiamento nell’elettorato israeliano. Secondo un sondaggio Haaretz/Channel 12 del 16 aprile, l’attuale coalizione scenderebbe a 51 seggi alla Knesset, mentre Maariv la colloca ancora più in basso, a 49 seggi. L’opposizione raggiungerebbe 69 seggi, inclusi i partiti arabi, mentre l’opposizione ebraica sola disporrebbe di 59 seggi, sfiorando la maggioranza senza necessità di coalizioni con fazioni non sioniste.
L’analisi di Chatham House evidenzia una contraddizione che un militare italiano riconosce immediatamente: la volontà politica di perpetuare il conflitto si scontra con l’esaurimento delle capacità operative e il logoramento della coesione sociale. Il modello della «Super-Sparta» ricorda storicamente i tentativi di trasformare società intere in macchine belliche permanenti, con esiti sempre problematici. Per l’Italia e la NATO, il caso israeliano illustra come l’assenza di un end-state politico definito trasformi il vantaggio militare iniziale in una guerra di logoramento che erode il consenso interno e la capacità di manovra strategica. La crisi di personale dell’IDF e il divario tra aspettative governative e risorse disponibili sono lezioni rilevanti per qualsiasi pianificazione difensiva europea a lungo termine.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 aprile 2026



