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Mali: gli attacchi dimostrano i limiti della soluzione militare nel Sahel

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, gli attacchi coordinati lanciati il 25-26 aprile in Mali da coalizioni di jihadisti e separatisti tuareg hanno messo in discussione la narrazione di sovranità e sicurezza promossa dai leader militari del paese e dai suoi partner nell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). L’offensiva ha colpito simultaneamente città chiave dal nord desertico di Kidal fino a Kati, vicino alla capitale Bamako, a 1.500 chilometri di distanza, uccidendo il ministro della Difesa Sadio Camara e ferendo gravemente il capo dell’intelligence.

La coalizione tra il gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) e il Fronte di liberazione dell’Azawad (FLA), di orientamento secolare e separatista tuareg, rappresenta un’alleanza rara, precedentemente esistita solo nel 2011-2012 e brevemente nel 2014. I due gruppi hanno obiettivi divergenti – i tuareg cercano indipendenza o autonomia della regione settentrionale dell’Azawad, mentre JNIM mira a un governo nazionale sotto la legge islamica – ma hanno dimostrato capacità operative coordinate, inclusa la condivisione di competenze nella guerra con droni.

L’assalto ha esposto le debolezze delle reti di intelligence del regime e ha inferto un colpo significativo al prestigio governativo con la perdita di Kidal. I mercenari della Africa Corps russa, incaricati di difendere la città, sono stati costretti a un ritiro umiliante, lasciando equipaggiamento prezioso in mano ai ribelli e rivelando i limiti della capacità di Mosca di sostenere i suoi alleati saheliani. Mosca ha risposto con accuse infondate di coinvolgimento di mercenari ucraini ed europei, ripetendo un copione già visto in Siria, Venezuela e Iran.

L’alleanza AES tra Mali, Niger e Burkina Faso ha dimostrato fragilità: nonostante un accordo di difesa mutua e l’annuncio di una forza armata congiunta con effettivi aumentati da 5.000 a 15.000 unità, gli altri due membri non hanno ancora fornito un supporto operativo coordinato. Inoltre, il regime militare maliano aveva abbandonato nel 2023 l’accordo di pace del 2015 con i tuareg e aveva attaccato i separatisti nel nord, una decisione che ha lasciato le forze governative stese su più fronti e incapaci di rispondere quando JNIM ha iniziato a colpire le vitali vie di importazione da Senegal e Costa d’Avorio.

L’analisi di Chatham House sostiene che una soluzione puramente militare non è praticabile nel Sahel, un territorio vasto con sfide di sviluppo profonde dove i gruppi jihadisti sono ben radicati e altamente mobili. Quasi un decennio di dispiegamento di una grande forza di peacekeeping delle Nazioni Unite e di una forte presenza militare francese, fino al 2022-2023, non ha fermato gli attacchi di JNIM. La stabilizzazione richiede negoziazione politica a livello regionale, nazionale e locale, nonché mediazione a livello comunitario per affrontare tensioni e rivendicazioni locali. Attualmente non sembra probabile che i tuareg accetterebbero un accordo separato con il governo: è necessaria una soluzione politica molto più comprensiva.

L’analisi di Chatham House evidenzia una lezione strategica rilevante anche per il contesto europeo: la supremazia tattica non garantisce vittoria se manca il fondamento politico. Il ritiro umiliante dei mercenari russi da Kidal ricorda come la potenza di fuoco, senza legittimità locale e senza una visione politica credibile, si riveli fragile. Per l’Italia e la NATO, il caso maliano conferma che il Sahel non può essere stabilizzato con soli mezzi militari: occorre una strategia integrata che combini sicurezza, diplomazia e sviluppo, altrimenti il vuoto politico continuerà a essere riempito da attori ostili.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 30 aprile 2026

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