Coalizione navale nello Stretto di Hormuz: le lezioni delle missioni anti-pirateria

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, la coalizione navale che Regno Unito e Francia stanno assemblando per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz dovrebbe trarre insegnamenti dalle operazioni anti-pirateria condotte nel Corno d’Africa e nello Stretto di Malacca. L’iniziativa britannico-francese, annunciata in aprile 2026, mira a ripristinare la fiducia del settore assicurativo e della navigazione commerciale in una zona dove, nonostante un’estensione del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran del 21 aprile, persiste un clima di insicurezza e confrontazione «grigia».
La sfida principale consiste nel gestire una minaccia persistente in un contesto di fragile tregua. Gli Stati Uniti stanno inoltre cercando di costituire una coalizione marittima parallela a guida americana, creando incertezza su quale iniziativa prevarrà. Cinquantuno paesi hanno partecipato al vertice convocato da Londra e Parigi, ma la composizione finale della coalizione rimane ancora da definire.
Il primo insegnamento riguarda la compartimentalizzazione dei compiti. Le operazioni anti-pirateria nel Corno d’Africa – che includevano l’Operazione Atalanta dell’Unione Europea, il centro UKMTO britannico, il Gruppo di contatto sulla pirateria e la Task Force Combinata 150 delle Nazioni Unite con 34 paesi – hanno avuto successo perché ogni organismo aveva responsabilità chiaramente distinte. Per Hormuz, i responsabili politici dovrebbero considerare la creazione di sottogruppi specializzati: uno per le scorte navali, uno per le contromisure contro le mine, uno per la consapevolezza del dominio marittimo.
Il secondo insegnamento riguarda il controllo dell’escalation. Nelle operazioni somale, l’uso della forza rimase limitato, discriminato e legato a comportamenti specifici – l’interferenza con il traffico commerciale – senza segnalare una campagna più ampia di distruzione. Questo approccio mantenne il supporto locale. Nello Stretto di Hormuz, limitazioni analoghe sull’uso della forza comunicherebbero a un paese potenzialmente ostile come l’Iran un’intenzione circoscritta: non sconfiggere militarmente il paese, ma alterare il suo calcolo costi-benefici rendendo gli attacchi alla navigazione sistematicamente inefficaci. Una coalizione multinazionale ridistribuisce il carico operativo e rende i contributi individuali gestibili.
Il terzo insegnamento riguarda i sistemi di scorta strutturati. Lo Stretto di Aden ha sperimentato con successo il Corridoio di Transito Internazionale Raccomandato (IRTC), che organizzava i vascelli per velocità in convogliati monitorati, riducendo la vulnerabilità. Un sistema analogo a Hormuz – con scorte dedicate per le navi ad alto valore come le petroliere e forze di risposta rapido per il traffico a basso rischio – bilancerebbe sicurezza e sostenibilità operativa, evitando sia l’overextension che la militarizzazione pesante.
Infine, il modello dello Stretto di Malacca offre una lezione cruciale sulla proprietà regionale. A differenza delle operazioni somale, che dipendevano da marine straniere e videro il ritorno della pirateria quando l’attenzione internazionale calò, le Pattuglie dello Stretto di Malacca – formalmente costituite nel 2006 e guidate dagli stati rivieraschi Indonesia, Malesia, Singapore e Tailandia – hanno dimostrato l’efficacia di sistemi di sicurezza regionali. La cooperazione quadrilaterale ha protetto il traffico e impedito a un singolo paese di sfruttare il passaggio.
L’analisi di Chatham House tocca un punto operativo cruciale: una coalizione navale multinazionale nello Stretto di Hormuz non può essere una semplice proiezione di potenza, ma deve essere disegnata come un sistema di deterrenza calibrato e sostenibile nel tempo. La lezione somala sulla compartimentalizzazione e il controllo dell’escalation è particolarmente rilevante per l’Italia, che in operazioni di questo tipo contribuisce con capacità specializzate (mine, sorveglianza) piuttosto che con numeri assoluti. Il modello di Malacca suggerisce però un rischio: senza una leadership regionale credibile – e gli stati del Golfo hanno interessi divergenti – la coalizione rischia di diventare un’operazione occidentale percepita come tale, minando la sua legittimità nel lungo termine.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 1 maggio 2026



