Guardia di Finanza

Sisma, ricostruzione infiltrata dalla mafia: otto in carcere e 57 milioni sotto sequestro

Operazione «Ricostruzione» della Guardia di Finanza di Ancona: indagate 51 persone e 17 società

Ancona, 22 ottobre 2026. Il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Ancona, su delega della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Ancona, ha eseguito un’ordinanza di misure cautelari emessa il 12 ottobre dal Giudice per le indagini preliminari (Gip) del Tribunale di Ancona. Il provvedimento dispone la custodia in carcere per otto persone e l’interrogatorio preventivo per altre cinque. Le misure sono state eseguite nelle province di Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, Fermo, Roma, Caserta, Napoli, Reggio Calabria, Modena, Terni, Chieti, Treviso e Piacenza.

Il Gip ha inoltre disposto il sequestro impeditivo di tre società e il sequestro preventivo di beni per oltre 57 milioni di euro. Sono state eseguite oltre 50 perquisizioni e acquisizioni documentali nei confronti di pubblici ufficiali, enti pubblici, professionisti e imprenditori. Risultano indagate 51 persone fisiche e sono state individuate 17 società.

L’indagine, coordinata dalla Dda di Ancona con il coordinamento della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna), è stata svolta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Ancona. Si articola in più filoni, con intercettazioni telefoniche e ambientali, indagini finanziarie ed esame documentale.

Il primo filone riguarda un imprenditore edile che si è insediato a Sassoferrato, nel Anconetano, alla fine degli anni Novanta, e che avrebbe avuto rapporti con famiglie della ’ndrangheta calabrese. Le sue società sarebbero state usate come subappaltatrici per fornire manodopera nei cantieri della ricostruzione post sisma 2016 e per emettere fatture false per circa 8 milioni di euro. Il pagamento era seguito dalla retrocessione in contanti, in parte servita a trasferire denaro a due esponenti delle cosche reggine. Il Gip ha riconosciuto la frode fiscale con l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis.1 del codice penale. Sono contestati reati tributari e di bancarotta fraudolenta.

Il secondo filone riguarda la truffa sui finanziamenti pubblici per la ricostruzione privata. Secondo gli investigatori, l’imprenditore maceratese al centro del sistema avrebbe ottenuto una posizione monopolistica nel settore ricorrendo al subappalto di manodopera, affidato a soggetti sottoposti a cause ostative o contigui a organizzazioni criminali. Tra questi, imprese formalmente intestate a prestanome e riconducibili a esponenti campani vicini al clan dei Casalesi, fazione Zagaria. Il Gip ha ritenuto la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, perché le società avrebbero ottenuto con la condotta fraudolenta l’iscrizione all’Anagrafe antimafia degli esecutori.

L’indebita allocazione di risorse pubbliche è quantificata in circa 200 milioni di euro. Il profitto dell’appaltatrice è stimato in circa 39 milioni, quello delle subappaltatrici in circa 18 milioni. Il sequestro per truffa ammonta a 56.802.639,57 euro, quello per corruzione a 257.200 euro.

Il terzo filone riguarda i reati contro la pubblica amministrazione. Secondo l’accusa, un comitato d’affari avrebbe orientato gare e finanziamenti nei settori della sanità e dell’edilizia universitaria, con procedure di Regione Marche, Erdis Marche e Università di Camerino. Centrale sarebbe il ruolo di un dirigente amministrativo apicale della Regione Marche, che ha poi rassegnato le dimissioni. Per la sua partecipazione alle condotte corruttive sarebbe stato remunerato con 105.000 euro. Il valore delle procedure coinvolte supera i 150 milioni di euro. Tra queste, il recupero di un ex monastero danneggiato dal sisma 2016, acquistato da Erdis Marche a fronte di una dazione di 250.000 euro, per farne uno studentato. Tre procedure non si sono perfezionate a causa delle dimissioni.

Il Gip ha dichiarato la propria incompetenza territoriale per le vicende legate alle procedure dell’Università di Camerino. Sono stati accertati flussi finanziari tracciati per 350.000 euro, giustificati come pagamento di fatture per operazioni inesistenti. I provvedimenti sono stati emessi nella fase delle indagini preliminari e sono impugnabili secondo le modalità previste dalla legge.

Video del comunicato

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