Eisenkot e Netanyahu a gara sulla linea dura in vista del voto israeliano

Giovedì Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore generale israeliano e tra i principali sfidanti del premier Benjamin Netanyahu, ha promesso che entro 18 mesi dall’insediamento «distruggerà l’ala militare di Hamas». Lo riferisce Connor Echols su Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, in un articolo che legge la campagna elettorale come una competizione a chi appare più intransigente.
Secondo Eisenkot, l’obiettivo potrebbe essere raggiunto attraverso il «quadro del presidente Trump» per il disarmo del gruppo oppure con l’impiego di capacità militari e operative. Il Likud di Netanyahu ha replicato che l’ex generale avrebbe bisogno dei partiti arabi per formare una maggioranza, e ha chiesto come potrebbe agire contro Hamas senza il consenso di Mansour Abbas e Ahmed Tibi, due dei volti più noti della politica araba israeliana.
Le elezioni si terranno il 27 ottobre. I partiti guidati da Eisenkot e da Netanyahu sono accreditati ciascuno di poco più di 20 seggi su 120 alla Knesset, mentre le formazioni arabe dovrebbero ottenerne 13. Resta incerto se uno dei due riuscirà a costruire una coalizione di maggioranza, anche perché entrambi guardano con diffidenza a un accordo con i partiti arabi.
Echols nota che la politica israeliana si è spostata rapidamente verso una destra favorevole alla guerra. Pur con i politici americani ancora legati alla soluzione dei due Stati, i due leader si accusano a vicenda di sostenere la nascita di uno Stato palestinese. Eisenkot ha scritto su X «Benjamin è la Palestina», rimproverando al premier di essersi espresso decine di volte a favore dei due Stati e di non aver distrutto né Hamas né l’Iran. Netanyahu ha risposto che il rivale «creerà uno Stato palestinese prima dell’uscita di GTA 6», videogioco atteso il mese prossimo.
La convergenza si estende all’Iran. Eisenkot ha dichiarato in settimana che Israele deve fare tutto il possibile, compreso un attacco, per distruggere la capacità nucleare iraniana. Le divergenze tra i due riguardano soprattutto la politica interna: la corruzione e l’estensione della leva agli ultraortodossi, bacino di consenso storico del Likud.
Per l’autore, questa uniformità sulla politica estera riflette quello che il generale di divisione della riserva Tamir Hayman, direttore esecutivo del principale think tank israeliano, ha definito il «nuovo» concetto di sicurezza nazionale del Paese. Israele non ha dichiarato formalmente un cambio di impostazione strategica, ma secondo Hayman le sue azioni dopo il 7 ottobre mostrano un approccio diverso, che tra l’altro respinge l’idea di una pace permanente con gli Stati arabi. Hayman, parafrasando le posizioni di molti colleghi del settore, scrive che la guerra è necessaria e che quella preventiva è preferibile, perché assicura fin dall’inizio un risultato significativo.
Il nuovo concetto comprende anche la priorità del carattere ebraico dello Stato rispetto alla sua natura democratica, una maggiore cautela verso il rapporto con gli Stati Uniti e l’inclusione di insediamenti e civili come «parte della rete difensiva».
Questi mutamenti renderebbero ancora più difficile, per Eisenkot come per Netanyahu, mettere insieme un governo. Nel 2021 l’esecutivo di Naftali Bennett e Yair Lapid aveva fatto storia formando una coalizione con il partito Raam di Mansour Abbas, il primo partito arabo a entrare in un governo israeliano. Dopo tre anni di guerra aspra, osserva Echols, ci sono pochi motivi per credere che un blocco simile possa ricomporsi, e dunque nessuno dei due schieramenti potrebbe raggiungere la maggioranza.
Il commento di GrNet.it
Come si misura la «distruzione» di un’ala militare, e chi certifica il traguardo allo scadere dei 18 mesi? Il testo non lo dice, e per chi ha pianificato operazioni un obiettivo senza indicatori verificabili è un impegno aperto, che tende a prolungarsi. Colpisce anche che la formula di Eisenkot ammetta due strade, il quadro negoziale americano o lo strumento militare, senza chiarire quando si passerebbe dall’una all’altra. Per un Paese mediterraneo come l’Italia, il dato utile è che sull’Iran e su Hamas la linea sembra restare la stessa chiunque vinca il 27 ottobre, ma solo l’esito della coalizione dirà con quale margine di manovra.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 16 ottobre 2026






