RUSI: l’Europa offra una via d’uscita ai possibili successori di Putin

Che cosa possono proporre gli alleati europei dell’Ucraina se Vladimir Putin non ha alcuna intenzione di fermarsi? Per il professor Derrick Wyatt, KC, autore di un commento pubblicato dal think tank RUSI il 12 ottobre 2026, la risposta è rivolgersi altrove: tenere aperta un’offerta di pace destinata ai possibili successori del presidente russo, nell’ipotesi che un cambio di regime a Mosca sia meno remoto di quanto appaia.
Il punto di partenza è il quadro diplomatico attuale. Gli europei restano ai margini del processo di pace guidato da Donald Trump, che privilegia l’attrazione di Putin verso un accordo con la prospettiva di legami economici con gli Stati Uniti. Wyatt ricorda che Trump ha attribuito agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe la carenza mondiale di diesel e ha concordato con Putin la sospensione delle sanzioni sulle esportazioni russe di diesel. Quando Volodymyr Zelensky ha definito l’intesa un «regalo» a Mosca, Trump ha chiesto che l’Ucraina si dotasse di un nuovo presidente. Il nuovo Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, approvato negli Stati Uniti per rafforzare le sanzioni, non offre per l’autore alcuna garanzia di essere applicato.
Kiev sarebbe disposta ad accettare un cessate il fuoco lungo le linee attuali, seguito da negoziati per una pace definitiva. Putin, invece, vuole il Donbas e dichiara che lo otterrà presto sul campo di battaglia. Dopo la vittoria data per scontata di Russia Unita alle elezioni per la camera bassa, da cui è stato escluso l’unico partito contrario alla guerra, Wyatt ritiene probabile che il presidente intensifichi lo sforzo bellico, a prescindere dal costo per il Paese e per il suo consenso tra opinione pubblica ed élite.
Da qui l’argomento sul cambio di vertice. L’autore cita Vladimir Kara-Murza, che a settembre ha affermato che finché Putin resterà al potere la guerra non finirà e che il cambiamento politico, quando arriverà, sarà rapido e inatteso. Richiama poi Tatiana Stanovaya, che in luglio ha scritto di una classe dirigente russa ormai impegnata a limitare i danni, più che a spartirsi i frutti del conflitto, e destinata a scegliere tra escalation e radicalizzazione oppure una ristrutturazione interna in un mondo post-Putin. Pesano, nella lettura di Wyatt, gli attacchi in profondità con droni e missili, le forti perdite militari e il costo crescente per l’economia.
La proposta consiste in un messaggio politico rivolto alle élite russe. Leader e funzionari europei dovrebbero parlare apertamente, in discorsi e interviste, di un dopoguerra con la sovranità ucraina garantita e un riavvicinamento con Mosca possibile, senza invocare esplicitamente un cambio di regime, ma chiarendo che il riavvio attende una netta discontinuità rispetto a chi ha pianificato e condotto la guerra. Le condizioni europee includerebbero un posto al tavolo negoziale per gli alleati di Kiev, se l’Ucraina lo chiedesse, un esito giusto sulla sovranità e un finanziamento russo alla ricostruzione, per esempio con i beni congelati nell’Unione europea e nel Regno Unito, sempre che nel frattempo non siano stati espropriati per sostenere lo sforzo bellico ucraino.
Un governo russo nuovo dovrebbe ritirare la narrativa della «denazificazione» usata per giustificare l’operazione militare speciale, all’interno di un pacchetto difendibile davanti ai cittadini e a una parte sufficiente della classe dirigente. Wyatt lo accosta alla partnership che Putin cercava nel 2000, quando chiese un invito a entrare nella NATO (North Atlantic Treaty Organization). Alla sostanza si affiancherebbe la forma: vertici ospitati a turno da Russia, Alleati NATO e Unione europea, e negoziati per accordi di libero scambio con l’UE e con partner come Regno Unito, Norvegia e Canada. Londra e Ottawa, quest’ultima in cerca di una «alleanza unica» con l’UE, sarebbero secondo l’autore candidati naturali.
Resta il fattore Washington. Trump sembra più interessato a un cambio di leadership a Kiev che a Mosca e potrebbe ostacolare l’iniziativa o appropriarsene. L’autore suggerisce di inserire fin dall’inizio il processo statunitense nella narrazione europea, rendendogli omaggio e sostenendo che un messaggio ai successori di Putin spinga più facilmente il presidente russo a negoziare seriamente che a provocare un cambio di regime. La priorità, precisa Wyatt, resta il sostegno all’Ucraina, ma una diplomazia non convenzionale potrebbe fungere da secondo fronte. Il testo riflette le opinioni dell’autore e non quelle di RUSI.
Il commento di GrNet.it
Un ufficiale di collegamento con la mappa del Donbas davanti e, nel fascicolo accanto, un messaggio per interlocutori moscoviti senza nome né indirizzo: è l’immagine che resta dopo la lettura. Wyatt indica che cosa dire alle élite russe, ma non chi potrebbe recapitarlo né attraverso quali canali, e per un pianificatore il vettore conta quanto il contenuto. Anche la premessa è una lettura, non un dato verificato: Kara-Murza e Stanovaya descrivono un possibile cambio, mentre Putin, secondo lo stesso testo, dichiara di voler prendere il Donbas sul campo. Per l’Italia, che nelle questioni europee ha interesse a non restare spettatrice, l’idea merita di essere discussa soprattutto per il suo costo politico, cioè quanto un’apertura simbolica a Mosca possa pesare sulla coesione tra alleati mentre la guerra continua.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 11 ottobre 2026






