Israele al voto il 27 ottobre, un’elezione senza precedenti

Perché la data delle elezioni israeliane, fissata al 27 ottobre solo all’ultimo giorno utile previsto dalla legge, è già di per sé un segnale politico? Perché nessun partito è riuscito a trovare un accordo su una data diversa, osserva Chatham House in un commento firmato dal think tank londinese: anche una decisione relativamente marginale si è trasformata in motivo di scontro, riflesso di un paese più polarizzato che mai.
Secondo l’analisi, questa tornata elettorale è la più rilevante nella storia di Israele, con conseguenze che vanno oltre i confini nazionali e toccano i palestinesi nei territori occupati e l’intera regione. I sondaggi attuali indicano tuttavia un nuovo probabile stallo: i partiti d’opposizione sono in vantaggio rispetto a quelli della coalizione di governo, ma la maggior parte delle forze sioniste continua a escludere alleanze con i partiti arabi, che raggolgono soprattutto i consensi dei cittadini palestinesi di Israele. Una scelta che il rapporto definisce moralmente discutibile e politicamente controproducente, capace di lasciare l’opposizione sotto la soglia dei 61 seggi necessari per la maggioranza nella Knesset, che conta 120 membri.
Le origini di questa fase risalgono al 2022, quando Netanyahu, sotto processo per corruzione e determinato a restare al potere, formò un governo con le componenti più radicali della destra israeliana, ultranazionaliste e messianiche. I tentativi di indebolire il potere giudiziario portati avanti da questa coalizione innescarono uno dei movimenti di protesta più ampi della storia del paese, prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che causò quasi 1.200 morti e 251 ostaggi.
Da allora Israele è coinvolto in conflitti su più fronti, da Gaza al Libano, dalla Siria allo Yemen fino all’Iran, senza una fine chiara in vista. Il rapporto ricorda che la scommessa di Netanyahu su un’escalation statunitense contro Teheran, sostenuta dal presidente Donald Trump, non ha prodotto il crollo del regime iraniano, mentre i rapporti tra Washington e Gerusalemme restano ai minimi. Sul piano interno, il governo affronta accuse di genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia e un mandato d’arresto della Corte penale internazionale nei confronti dello stesso Netanyahu, che continua a rifiutare l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità del 7 ottobre.
Il quadro politico si presenta frammentato: almeno dieci partiti sono in grado di superare la soglia elettorale del 3,25 per cento. Tra i temi più divisivi figura la legislazione che consoliderebbe le esenzioni dal servizio militare obbligatorio per gli uomini ultra-ortodossi, questione che secondo gli autori taglia trasversalmente gli schieramenti tradizionali e potrebbe pesare sul voto di chi ha svolto centinaia di giorni di riserva dal 2023.
Il rapporto segnala infine che, anche in caso di risultato non decisivo, Netanyahu resterebbe alla guida di un governo ad interim con pieni poteri esecutivi, compresa la facoltà di avviare azioni militari. Esiste il timore che un premier indebolito politicamente possa usare un’escalation su uno o più fronti, tra Iran, Libano, Gaza o Cisgiordania, per ricreare un senso di emergenza nazionale, anche in contrasto con Washington.
Il commento di GrNet.it
La dinamica ricorda per certi versi i governi di unità nazionale allargata che alcune democrazie parlamentari adottano nelle fasi di crisi acuta, salvo che qui la frammentazione partitica e il veto reciproco tra blocchi rendono impraticabile qualsiasi soluzione di quel tipo. Per un osservatore con esperienza di pianificazione operativa, il punto più delicato dell’analisi non è la campagna elettorale in sé, ma la fase di governo ad interim: un esecutivo dimissionario che conserva piena facoltà di avviare operazioni militari su più fronti è una condizione di rischio che i pianificatori NATO conoscono bene quando si tratta di prevedere le mosse di un alleato o di un attore regionale in transizione politica. Per l’Italia, che nel Mediterraneo allargato ha interessi diretti legati alla stabilità del Levante e ai flussi energetici, uno scenario di escalation avviata da un governo uscente e non più pienamente legittimato meriterebbe un monitoraggio autonomo, non delegato solo alla lettura che ne dà Washington. Resta da capire quanto la comunità di intelligence italiana ed europea sia attrezzata per distinguere, in tempo reale, tra segnali di deterrenza dichiarata e reali preparativi operativi in un contesto politico così instabile.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 luglio 2026




