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La prossima guerra si combatterà con i robot, e Pechino parte in vantaggio

Dal 2016, anno in cui la tedesca Kuka, allora leader mondiale nella robotica industriale, fu ceduta a un acquirente cinese, la mappa globale della produzione automatizzata si è ridisegnata a favore di Pechino. È da questo tornante che parte l’analisi pubblicata da RUSI a firma di Andreas Urbanski, secondo cui la prossima guerra convenzionale sarà combattuta in misura crescente da sistemi senza pilota, e il potere militare si ridefinirà come capacità di fondere intelligenza artificiale e robotica producendo il risultato su scala industriale.

L’autore, che ha lavorato nel mondo dell’AI e dei data center in Google e nella produzione di equipaggiamento militare in Airbus Defence and Space, sostiene che la spinta verso i sistemi autonomi nasca da una necessità demografica condivisa da Cina, Russia e Germania. Entro il 2050 la popolazione cinese si ridurrà di 250 milioni di persone e la forza lavoro di almeno un quarto; la Russia ha combattuto in condizioni di declino demografico accumulando circa 1,4 milioni tra morti e feriti; la Germania fatica a reclutare volontari per il proprio obiettivo NATO di 260.000 soldati e ha varato una legge che prepara un possibile ritorno alla leva.

I numeri dei conflitti in corso illustrano la portata del fenomeno: l’Ucraina ha costruito circa 4 milioni di droni e sistemi robotici nell’ultimo anno, mentre dei 22.320 sistemi ordinati nell’ambito dell’iniziativa droni del Pentagono ne erano stati consegnati meno di 3.000 a metà 2026. Sul fronte industriale, nel 2024 la Cina ha installato 295.000 robot industriali contro i 32.200 degli Stati Uniti e i 26.982 della Germania; nella robotica umanoide le aziende cinesi hanno conquistato quasi il 90% del mercato mondiale nel 2025.

Il rapporto individua nel controllo cinese sulle terre rare il vero collo di bottiglia: Pechino produce dal 90 al 98% dei magneti permanenti presenti in ogni motore di drone e in ogni attuatore, e dal 2025 ha inasprito i controlli sulle esportazioni. Oltre 80.000 componenti distribuiti in circa 1.900 sistemi d’arma americani dipendono direttamente da minerali sotto controllo cinese.

Sul piano dell’intelligenza artificiale, l’Indice AI di Stanford mostra che il divario prestazionale tra i modelli americani e quelli cinesi si è praticamente annullato, con la Cina che ha investito meno del 5% del capitale privato destinato all’AI negli Stati Uniti. Secondo l’analisi, i modelli cinesi si addestrano in parte copiando le risposte dei modelli occidentali, e circondati dall’assenza di tutele sulla proprietà intellettuale si allenano anche reciprocamente.

Nonostante il vantaggio industriale cinese, l’autore segnala che l’Esercito Popolare di Liberazione non combatte una guerra dal 1979, e che gli Stati Uniti mantengono un margine reale nel software di autonomia, penetrato attraverso realtà come Waymo e Tesla. Tale vantaggio residuo è però eroso dall’addestramento cinese di robot in centri dedicati per il combattimento e dalla possibilità di acquisire indirettamente l’esperienza bellica russa in Ucraina, che ha generato la più vasta raccolta di dati di telemetria dal campo di battaglia mai registrata.

Per l’Europa, conclude il rapporto, la risposta dovrebbe passare da una politica industriale mirata a catene di fornitura e capacità produttive, sfruttando la sovrapposizione tra competenze dell’industria automobilistica e robotica per la difesa in poli come Wolfsburg, Torino e le Midlands britanniche.

Il commento di GrNet.it

Quanto pesa davvero, per un pianificatore militare europeo, sapere che la Cina non combatte una guerra dal 1979? Meno di quanto sembri, perché l’esperienza operativa russa in Ucraina sta diventando un bene acquisibile attraverso la fornitura di componenti, e questo trasferimento indiretto di lezioni dal campo può colmare in fretta un divario dottrinale che un tempo si misurava in decenni. Per l’industria della difesa italiana, storicamente legata a cicli produttivi lunghi e a piccoli lotti, la sfida non è solo tecnologica ma organizzativa: riconvertire stabilimenti pensati per programmi pluriennali verso una logistica capace di iterare rapidamente, come ha fatto l’ecosistema ucraino dei droni, richiede scelte industriali che vanno oltre il singolo programma d’arma. Resta aperta la questione delle terre rare, dove la dipendenza da fornitori esterni non si può negoziare ma solo bilanciare con partnership alternative, e su questo il margine di manovra nazionale è limitato.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 20 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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