Netanyahu e gli avvisi prima del 7 ottobre: le accuse a poche settimane dal voto

Alle elezioni del 27 ottobre Benjamin Netanyahu si presenta per allungare i suoi 19 anni alla guida del governo, un primato nella storia israeliana, e lo fa raccontando la risposta all’attacco del 7 ottobre 2023 come un successo militare. Secondo un articolo di Blaise Malley pubblicato da Responsible Statecraft, rivista del Quincy Institute, i suoi avversari spostano invece il dibattito su ciò che il premier sapeva prima dell’attacco e su ciò che non avrebbe trasmesso agli apparati di sicurezza.
Nel discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il mese scorso, Netanyahu ha parlato di una «guerra su sette fronti» in cui Israele, invece di crollare, avrebbe inflitto colpi durissimi a ogni nemico. Lunedì, alla cerimonia commemorativa per le vittime, ha aggiunto che il paese ha allontanato il pericolo immediato dell’annientamento di milioni di cittadini.
Il quotidiano Haaretz, in un articolo tratto dal libro dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, scrive che nel settembre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed, avrebbe avvertito Netanyahu che la leadership di Hamas preparava una grande operazione militare. Il premier avrebbe reagito con calma, ipotizzando un’azione in Cisgiordania e assicurando che Israele era pronto a ogni scenario. Il libro lega l’attacco anche alla frustrazione di Hamas per i negoziati su un allentamento del blocco di Gaza e sul rilascio di prigionieri palestinesi, condotti con lentezza dalla parte israeliana.
Poco prima dell’attacco Yahya Sinwar, allora capo di Hamas a Gaza, avrebbe detto a un esponente di Fatah di preparare «una grande sorpresa» e di aspettarsi uno «zilzal», un terremoto, termine che chi lo conosceva intendeva come sinonimo di guerra. Secondo l’inchiesta, l’apparato di difesa israeliano percepiva una minaccia crescente ma di portata inferiore, e il premier non avrebbe informato i vertici della sicurezza degli avvertimenti più espliciti.
Netanyahu definisce il resoconto una «menzogna assoluta», e il suo ufficio sostiene che nel periodo indicato non vi fu alcuna conversazione con il presidente emiratino. Più testate riferiscono però che il mese scorso, in una visita ad Abu Dhabi inizialmente segreta e poi confermata dal governo israeliano e dall’agenzia di stampa emiratina, avrebbe chiesto a bin Zayed di smentire la telefonata. Gli Emirati finora non commentano.
A fine settembre The Atlantic ha scritto di aver confermato in modo indipendente la telefonata e ha aggiunto che un funzionario della sicurezza egiziana avrebbe avvertito Israele del rischio di un attacco, se non fossero state offerte concessioni economiche a Gaza. Non è chiaro dai resoconti se il direttore dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, abbia incontrato Netanyahu; un ex funzionario israeliano ha però escluso che Kamel si sarebbe recato in Israele senza che il premier ne fosse al corrente. Secondo il Wall Street Journal, Kamel ripeté l’avvertimento pochi giorni prima del 7 ottobre. L’ufficio del premier nega anche questa ricostruzione.
Haaretz riferisce inoltre che subito dopo l’attacco Hamas offrì di liberare tutti gli ostaggi sotto i 18 anni o sopra i 50 senza contropartita, chiedendo solo la garanzia di un avvio immediato di negoziati su altri temi. Un intermediario palestinese riporta la risposta informale israeliana: Netanyahu voleva soltanto la guerra e l’eliminazione di Hamas.
In campagna elettorale, Gadi Eisenkot, generale indicato come principale sfidante, afferma che Netanyahu ha condotto il paese «alla cieca» verso il disastro e chiede una commissione d’inchiesta, alla quale il premier si oppone. Naftali Bennett e Yair Lapid, ex primi ministri che hanno unito i rispettivi partiti, attribuiscono a Netanyahu una responsabilità personale e diretta; Lapid sostiene che il massacro sarebbe stato evitato. Il premier replica scaricando la colpa sui capi della sicurezza, che non lo avrebbero svegliato: se lo avessero fatto, dice, «tutto sarebbe stato diverso».
Il commento di GrNet.it
Una telefonata del settembre 2023 che per Haaretz e The Atlantic ci fu e per l’ufficio del premier no: l’intero dossier poggia su un fatto di cui circolano due versioni inconciliabili, e conviene tenerle distinte, perché finora si tratta di ricostruzioni giornalistiche smentite dall’interessato e non di accertamenti. Se però fossero confermate, il nodo sarebbe organizzativo prima che politico: come un avvertimento ricevuto da un partner straniero ai massimi livelli arrivi, o non arrivi, ai servizi e ai comandi che devono valutarlo. È un tema che riguarda anche l’Italia, dove i canali con i paesi arabi del Mediterraneo contano per la sicurezza quanto quelli con gli alleati. Resta aperta la questione della commissione d’inchiesta: senza un accertamento indipendente, e con il voto a poche settimane, il rischio è che la valutazione tecnica degli apparati si confonda con la contesa elettorale.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 7 ottobre 2026




