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Iran, la proposta di una mediazione Usa-Cina con Pechino garante dell’accordo

Oltre sette mesi dopo l’inizio della guerra con l’Iran, che Donald Trump aveva immaginato di chiudere in 100 ore, Tom Pickering sostiene su Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, che solo una mediazione congiunta tra Washington e Pechino può evitare uno scontro fuori controllo. Secondo l’autore, la Cina ha già lasciato intendere di essere disponibile a partecipare a uno sforzo negoziale, perché il costo economico del conflitto diventa difficile da contenere anche per lei.

Il piano iniziale della Casa Bianca prevedeva che l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei provocasse il crollo della teocrazia o la sua resa. Un sostituto, probabilmente interno allo stesso sistema, sarebbe stato scelto da Trump sul modello venezuelano, senza un piano alternativo. Dal quarto giorno di campagna il presidente ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche, invadere isole iraniane nel Golfo Persico o occupare altro territorio, fino a cancellare la civiltà iraniana. Nessuna minaccia è stata attuata, per le pressioni degli Stati della regione, il timore di molte vittime, le ricadute sull’economia globale e le conseguenze politiche interne.

Il calcolo potrebbe mutare dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Libero da quel vincolo e scettico su diplomazia, sanzioni e guerra limitata, Trump potrebbe puntare a un’escalation rapida e massiccia per abbattere la teocrazia. Pickering prevede però una controescalation di Teheran: i progressi recenti degli Houthi in Yemen mostrano che la rete iraniana dispone ancora di opzioni rilevanti, e le milizie irachene delle Forze di mobilitazione popolare potrebbero invadere il Kuwait o sostenere una rivolta in Bahrein.

Per Pechino il punto di rottura riguarda il petrolio. La forte riduzione della domanda cinese ha impedito finora che il greggio salisse a 150 dollari al barile, ma l’equilibrio regge finché la crisi resta un problema di transito a Hormuz e non di produzione. Se gli impianti della regione venissero colpiti, la Cina resterebbe il principale consumatore marginale senza poter evitare il superamento di quella soglia. Xi Jinping ha accennato a un intervento diplomatico al vertice BRICS del mese scorso, e diplomatici cinesi hanno riferito in privato agli autori la disponibilità a intervenire se richiesti dalle parti.

Oman, Qatar e Pakistan, scrive l’autore, meritano riconoscimento per la loro opera, ma nessuno ha sulle due parti la leva di Pechino. Il precedente è l’intesa di normalizzazione tra Iran e Arabia Saudita del 2023: il lavoro preparatorio era stato svolto da Iraq e Oman, ma fu la richiesta di Mohammed bin Salman a Xi, a Riad nel dicembre 2022, a portare la Cina a farsi cofirmataria e garante. L’accordo ha tenuto per tre anni. Pickering ammette la differenza: Iran e Arabia Saudita non vedono la Cina come rivale, gli Stati Uniti sì.

L’ostacolo immediato è l’atteggiamento dell’amministrazione, che considera il blocco navale sull’Iran, unito al parziale ripristino dei flussi dallo Stretto, sufficiente a ribaltare la situazione. Trump avrebbe detto agli interlocutori regionali che non toglierà il blocco nemmeno con la riapertura totale dello Stretto, perché lo vuole usare sul dossier nucleare. Per l’autore la strategia ignora i danni agli alleati e all’economia e presuppone una stabilità non garantita: Ansar Allah ha chiuso il Bab el-Mandeb alle navi saudite e ha colpito l’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita, mentre le scorte navali americane hanno un costo che non appare sostenibile. Al vertice di Washington del 24 settembre Trump ha chiesto a Xi di allinearsi alle sanzioni extraterritoriali, non di discutere di diplomazia.

La proposta cinese dovrebbe fondarsi sul Memorandum d’intesa di Islamabad del luglio 2026 e sul JCPOA del 2015. Prevede quattro punti: cessate il fuoco permanente nell’intera regione, Libano e Yemen inclusi; apertura stabile dello Stretto con tariffe ambientali condivise tra gli Stati rivieraschi; revoca del blocco; gruppi di lavoro per un accordo nucleare definitivo entro sei mesi. Pechino garantirebbe tutti e quattro i punti.

Sul nucleare il programma resterebbe civile, con ispezioni rafforzate dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), arricchimento limitato al 3,67 per cento di U235 e accesso a tutti i siti, anche non dichiarati se emergono prove credibili. Sulle scorte di uranio arricchito al 60 per cento, gli Stati Uniti ne chiedono l’esportazione integrale; l’Iran aveva accettato di inviarne il 98 per cento, ma senza accordo sul paese di destinazione, e la Cina potrebbe custodirle. Lo Stretto passerebbe sotto una nuova agenzia delle Nazioni Unite che raccoglierebbe le tariffe e finanzierebbe ripristino ambientale e ricostruzione, con verifica satellitare dei danni e divieto di usi militari. Un consorzio regionale con Iran e Arabia Saudita gestirebbe il combustibile nucleare, e le intese sarebbero approvate dal Consiglio di Sicurezza.

Pickering ammette che il piano contrasta con gli istinti di entrambe le capitali. La scelta, conclude, non è tra leadership americana e coinvolgimento cinese, ma tra una cooperazione che nessuno desidera davvero e conseguenze che nessuno potrà controllare o permettersi.

Il commento di GrNet.it

Le scorte ai petroliferi nel Golfo del 1987-88, a cui la Marina Militare contribuì con i cacciamine, mostrarono che si può garantire il transito per mesi senza risolvere la causa del conflitto: è il limite che Pickering attribuisce alla strategia del blocco, con un costo delle scorte che non appare sostenibile. Va poi distinto ciò che è documentato, come la mediazione cinese del 2023, da ciò che è solo dichiarato: la disponibilità di Pechino, riferita in privato da diplomatici, non costituisce ancora un impegno verificabile. Un’agenzia ONU per Hormuz con tariffe, appaltatori e controlli satellitari solleva inoltre una questione concreta di esecuzione, cioè chi garantirebbe sul mare la sicurezza di quel regime. Per l’Italia, esposta come altri Paesi mediterranei agli approvvigionamenti energetici dal Golfo, il tema potrebbe riguardare anche l’eventuale contributo a missioni di sorveglianza e scorta.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 4 ottobre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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