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Tigray, la guerra riparte e rischia di allargarsi a Eritrea e Sudan

Il conflitto nel Tigray può restare una questione interna all’Etiopia? Secondo un commento di esperti pubblicato da Chatham House il 1 ottobre 2026, la risposta è negativa: una guerra prolungata nella regione settentrionale tende a oltrepassare i confini, verso l’Eritrea e poi verso il Sudan.

Il 23 settembre le forze del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) hanno preso d’assalto tre aeroporti nazionali in territorio tigrino, in quello che il movimento ha presentato come combattimento difensivo. Le offensive terrestri sono state estese lungo i confini meridionale e orientale con le regioni di Amhara e Afar. Il TPLF e i suoi alleati hanno conquistato parti dell’Afar, ma hanno perso diverse aree del Tigray meridionale, tra cui la città di Alamata.

Le forze federali etiopi e la Tigray Peace Force (TPF), loro alleata, avanzano ora verso Mekelle, capoluogo regionale. Le segnalazioni di attacchi con droni su Addis Abeba e su basi aeree controllate dal governo, osserva il testo, modificano la natura del conflitto.

Le premesse erano visibili da tempo. L’Accordo di Pretoria, che nel 2022 chiuse la guerra precedente, non è stato consolidato a causa di un approccio a somma zero di entrambe le parti, di un’attuazione debole e di una supervisione carente. A maggio il TPLF ha ricostituito il consiglio legislativo prebellico e nominato presidente regionale Debretsion Gebremichael, ponendo fine alla Tigray Interim Regional Administration (TIRA), uno dei risultati negoziati a Pretoria. Era seguita la rimozione del presidente ad interim, generale Tadesse Werede, già a capo delle Tigray Defense Forces (TDF), dopo l’estromissione del predecessore Getachew Reda alla fine del 2024.

Il TPLF considera l’escalation un ritorno alla guerra su larga scala e sostiene di esservi stato spinto: isolamento prolungato della regione, mancata attuazione di Pretoria, assenza di incentivi al rientro nell’ambito federale, perdita di legittimità interna e attacchi con droni da parte del governo. Rispetto al 2020-22, però, Addis Abeba appare più cauta e calcolata, anche nella comunicazione, e descrive il TPLF come un’amministrazione ribelle in collusione con insurrezioni interne e attori esterni. Resta aperto se il governo si limiterà a contenere i combattimenti nel nord o sceglierà opzioni più audaci, come colpire l’Eritrea, che respinge ripetutamente l’accusa di sostenere i movimenti antigovernativi. Intanto l’Etiopia ha chiuso la propria ambasciata ad Asmara ed espulso i diplomatici eritrei.

Sul fronte tigrino il controllo del TPLF sulla società si è indebolito: proteste per le condizioni economiche, concorrenza di partiti rivali e defezioni di esponenti di rilievo. Le autorità hanno ricorso al reclutamento forzato di giovani e represso la libertà di espressione, mentre la situazione umanitaria è destinata a peggiorare. Dall’inizio dell’offensiva circolano notizie di arresti e passaggi ad Addis Abeba tra i dirigenti. Pochi giorni prima dei combattimenti il TPLF e sei altri gruppi armati, tra cui il movimento Fano dell’Amhara e l’Oromo Liberation Army (OLA), hanno annunciato l’Alliance for Survival, con l’obiettivo di rimuovere il primo ministro Abiy Ahmed e il Prosperity Party e di insediare un governo di transizione. La coesione è però incerta: alcuni vertici di Fano si sono espressi contro, l’OLA è diviso e tra vari componenti pesano rancori storici.

Il rischio regionale ruota attorno a Tsimdo, alleanza transnazionale che secondo fonti giornalistiche collegherebbe TPLF, governo eritreo e Sudanese Armed Forces (SAF). Le linee di rifornimento del TPLF passerebbero soprattutto dal confine settentrionale, ma Asmara punta a tenere la guerra lontana dal proprio territorio, mentre Addis Abeba guarda al porto eritreo di Assab sul Mar Rosso. L’Etiopia accusa la SAF di sostenere il TPLF, che nega, e teme rinforzi dal confine sudanese, anche vicino alla Grand Ethiopian Renaissance Dam. Il Sudan, a sua volta, accusa l’Etiopia di appoggiare le Rapid Support Forces (RSF) e lo Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N); gli Emirati Arabi Uniti, alleati di Addis Abeba, respingono accuse analoghe.

Le prospettive di mediazione sono più ristrette del 2022. La comunità internazionale ha richiamato il TPLF e sollecitato il ritorno ai negoziati guidati dall’Unione Africana (AU), che il TPLF ha screditato più volte, mentre il governo etiope ha orientato la narrazione informando le capitali prima dell’Assemblea Generale dell’ONU. Con Pretoria non più sostenibile e scarso interesse di Washington e dell’Occidente a dotare l’AU di risorse e leva, gli autori ritengono probabile che il conflitto prosegua e chiedono un’azione collettiva per evitare l’estensione regionale.

Il commento di GrNet.it

Il 23 settembre il TPLF ha cominciato dagli aeroporti, e i droni segnalati su Addis Abeba e sulle basi governative indicano che il controllo dello spazio aereo pesa ormai quanto quello dei centri abitati: un dato che per un militare dice molto sulla qualità dell’escalation. Per l’Italia, che guarda al Mar Rosso come al prolungamento naturale del Mediterraneo, la partita attorno ad Assab merita attenzione anche se l’articolo la tratta in modo sintetico. Va tenuta distinta la parte documentata (offensive, perdita di Alamata, chiusura dell’ambasciata) da quella solo imputata, come i legami di Tsimdo o i sostegni incrociati tra Etiopia e Sudan, in larga parte negati dalle parti. Resta da capire, ed è una domanda aperta, quale margine avrebbero i partner europei per sostenere una mediazione dell’Unione Africana che oggi manca di risorse e di credibilità presso una delle parti.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 1 ottobre 2026

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