Trump all’ONU: minaccia di “annientare” l’Iran se la diplomazia fallisce

Martedì, dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha alzato il tono contro Teheran: se la trattativa diplomatica non porterà a un accordo, ha detto, gli Stati Uniti potrebbero “annientare” l’Iran. Lo riporta Blaise Malley su Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, che inquadra il discorso come una rivendicazione complessiva di una politica estera sempre più incline all’uso della forza, dal Medio Oriente al Venezuela fino alla Groenlandia.
Il presidente ha presentato l’anno appena trascorso come prova che pressione militare ed economica possono risolvere conflitti dove la diplomazia ha fallito. «Come presidente della nazione più straordinaria della storia, non ho interesse a lasciare che i pericoli crescano di un altro giorno», ha dichiarato. «Non credo che si debbano lasciare marcire i problemi: diventano solo più difficili da risolvere. Mentre altri parlavano, io ho agito».
L’Iran resta l’esempio principale di questo approccio. Secondo la ricostruzione di Trump, Teheran avrebbe respinto le aperture diplomatiche di Washington, spingendo prima l’azione militare congiunta con Israele nel giugno 2025 e poi una guerra su scala molto più ampia, iniziata a fine febbraio. «Devo prendere una decisione importante», ha detto riferendosi allo stato attuale del conflitto. «Si arriverà a un accordo con l’Iran che gli permetta di ricostruirsi e diventare un Paese più grande di quanto sia mai stato… oppure annienterò rapidamente la Repubblica Islamica?».
Non è la prima minaccia di questo tenore lanciata da Trump durante il conflitto, ma finora simili dichiarazioni non hanno spostato la posizione negoziale iraniana: le due parti restano in una fase di stallo, con il rischio, segnalato dall’articolo, che l’operazione si trasformi in un’altra “guerra senza fine” americana.
Trump ha previsto che un’intesa arriverà dopo le elezioni di metà mandato di novembre, perché “non avrebbe senso” per l’Iran comportarsi diversamente. «Aspettano di vedere come andrò alle midterm, ma non si rendono conto che io non sono candidato», ha aggiunto, sostenendo che a guidare le sue scelte saranno considerazioni di sicurezza nazionale, non politiche. La guerra, tuttavia, sembra pesare sul suo consenso: un sondaggio CNN citato nell’articolo mostra che solo il 26% degli americani approva la sua gestione del conflitto, mentre quasi l’80% ritiene che non stia facendo abbastanza per porvi fine.
Il presidente ha inoltre bollato come “codardi e traditori” quanti denunciano l’esaurimento delle scorte munizionali statunitensi, un tema su cui il Congressional Budget Office ha stimato che potrebbero servire fino a cinque anni per ricostituirle.
Sul fronte Russia-Ucraina, Trump ha detto che continuerà a cercare la fine di quella che ha definito una guerra disastrosa, minacciando l’uso delle ampie nuove competenze tariffarie concesse dal pacchetto di sanzioni contro Mosca approvato dal Congresso la settimana precedente. Ha anche annunciato la firma, prevista per la stessa giornata, dell’intesa con la Danimarca per rafforzare la presenza militare americana in Groenlandia.
Chiudendo il discorso, ha ridimensionato i timori crescenti sull’intelligenza artificiale come minaccia per l’umanità, inquadrando invece la corsa alla “superintelligenza” come competizione con la Cina: «Chi vince sulla superintelligenza vince e basta. Ora siamo molto avanti rispetto alla Cina e a tutti gli altri, e resteremo così».
Il commento di GrNet.it
L’articolo non si sofferma abbastanza su un paradosso che merita attenzione: una minaccia di annientamento pronunciata da un presidente il cui operato in guerra viene giudicato insufficiente dall’80% degli americani, secondo il sondaggio CNN citato nel pezzo. È il divario tra retorica coercitiva e consenso interno logorato a incidere sulla credibilità della deterrenza, non solo la potenza di fuoco dichiarata. Per gli osservatori mediterranei, con basi statunitensi e assetti NATO esposti a un’eventuale escalation su più fronti simultanei, contano proprio le scorte reali, non gli annunci: la stima quinquennale del Congressional Budget Office per la ricostituzione delle munizioni non è un dettaglio contabile, ma un vincolo operativo che precede qualunque opzione politica. Resta da capire se Roma e i partner europei stiano valutando questa fragilità industriale americana nei propri piani di pianificazione della difesa, o se continuino a darla per scontata come variabile esterna.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 22 settembre 2026




