Gaza, il piano di pace di Trump in stallo: il Golfo guarda alle urne israeliane

«Stiamo iniziando a comprendere la portata della militarizzazione di Gaza. È oltre la vostra comprensione»: con queste parole l’inviato statunitense Jared Kushner ha descritto a settembre le difficoltà del disarmo della Striscia, dopo aver previsto in agosto che Hamas avrebbe potuto consegnare le armi entro «appena 30 giorni». La frase, riportata da un’analisi di Chatham House, fotografa lo stallo in cui versa, a quasi un anno dalla sua presentazione, il piano in 20 punti del presidente statunitense Donald Trump per Gaza, adottato sia da Israele sia da Hamas e alla base del rilascio di tutti gli ostaggi israeliani.
Il nodo resta la sequenza tra smilitarizzazione e ritiro israeliano. Hamas rifiuta di cedere le armi pesanti finché Israele non cesserà le operazioni militari e non si ritirerà dalle aree della Striscia attualmente sotto il suo controllo, circa il 60 per cento del territorio; Israele, dal canto suo, condiziona il ritiro al disarmo di Hamas. Né Kushner né Nikolay Mladenov, direttore generale del Board of Peace istituito dal piano, sono finora riusciti ad avviare la seconda fase del processo.
Sul piano umanitario, un rapporto di agosto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) segnala che il 58 per cento della popolazione di Gaza soffre gravi carenze abitative o di accesso ai servizi essenziali, mentre il sistema sanitario resta sotto pressione. Gli Emirati Arabi Uniti, membri del Board of Peace, forniscono il 46 per cento degli aiuti umanitari globali destinati alla Striscia.
Ad agosto, otto paesi arabi e islamici, Arabia Saudita, Emirati, Egitto, Giordania, Pakistan, Indonesia, Turchia e Qatar, hanno condannato in una dichiarazione congiunta la riluttanza israeliana a proseguire l’attuazione del piano, endorsato dalla risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il testo chiede il disarmo di Hamas e degli altri gruppi armati palestinesi, il ritiro militare israeliano, il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione, il trasferimento dell’amministrazione al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza e la ricostruzione della Striscia.
Gli Emirati hanno stanziato a maggio 100 milioni di dollari per l’addestramento della nuova polizia di Gaza, ma le autorità israeliane avrebbero impedito ai reclute già selezionati di lasciare la Striscia per la formazione al Cairo, senza indicare tempi per un’eventuale autorizzazione. Nonostante Abu Dhabi resti firmataria degli Accordi di Abramo e tra i partner più stretti di Israele nel Golfo, la frustrazione verso il governo israeliano cresce, come mostrano iniziative pubbliche di sostegno alla causa palestinese organizzate nel paese in agosto.
Anche l’Arabia Saudita ha inasprito le condanne verso le dichiarazioni di esponenti israeliani sul trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza e verso la violenza dei coloni in Cisgiordania. Trump ha collegato l’intesa nucleare siglata quest’estate con Riyadh a una futura normalizzazione con Israele, ma i sauditi non sembrano disposti a rinunciare alla richiesta di un percorso chiaro verso la statualità palestinese.
Secondo Chatham House, la guerra con l’Iran e le sue conseguenze hanno spinto i paesi del Golfo a concentrarsi sulla propria sicurezza interna, ma resta viva la speranza che le elezioni israeliane di ottobre possano cambiare gli equilibri. Diversi candidati dell’opposizione israeliana criticano la linea di Netanyahu su Gaza e Cisgiordania e ritengono necessario coinvolgere gli Stati arabi, in particolare Riyadh, nella futura gestione della questione palestinese. Se invece l’attuale coalizione di governo restasse al potere, potrebbero seguire misure più radicali, come la costruzione nel perimetro strategico E1, che spezzerebbe la continuità territoriale della Cisgiordania.
Per ora, i paesi del Golfo puntano su due soli strumenti diplomatici: gli aiuti umanitari e la condanna pubblica di Israele, percepito sempre più nelle capitali arabe come il principale ostacolo all’attuazione del piano. Un cambio di rotta verso misure straordinarie, come sanzioni contro Israele o un intervento diretto di Trump, appare improbabile nell’immediato, ma potrebbe essere riconsiderato in base all’esito del voto israeliano.
Il commento di GrNet.it
Un funzionario del Board of Peace ad Abu Dhabi, che attende ancora il via libera israeliano per far uscire dalla Striscia le reclute della futura polizia di Gaza già addestrate con i 100 milioni di dollari emiratini, restituisce meglio di ogni dichiarazione la distanza tra gli impegni finanziari del Golfo e la loro reale capacità di incidere sul terreno. L’analisi di Chatham House mostra che gli strumenti a disposizione di Riyadh e Abu Dhabi restano il soft power e la condanna diplomatica, non una leva coercitiva: mancano sanzioni, mancano truppe proprie da schierare come forza di stabilizzazione. Per chi ha seguito da vicino operazioni multinazionali di stabilizzazione, l’ipotesi di un contingente internazionale a Gaza senza un accordo preventivo su sequenza del disarmo e ritiro rischia di ripetere gli errori di missioni analoghe, dove l’assenza di regole d’ingaggio condivise ha paralizzato lo schieramento. Le elezioni israeliane di ottobre restano la variabile decisiva secondo il think tank, ma la storia recente della regione consiglia prudenza nell’affidare a una scadenza elettorale la soluzione automatica di uno stallo che ha già logorato un anno di negoziati.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 21 settembre 2026




