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Sciolte le SDF, per i curdi siriani si apre una fase politica incerta

Da oltre un decennio le Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda, rappresentavano il principale attore militare della galassia curda in Siria, protagoniste in particolare della lotta contro lo Stato islamico. La settimana scorsa questa fase si è chiusa: le SDF hanno annunciato il proprio scioglimento nel quadro di un processo di integrazione nello Stato siriano, e il presidente ad interim Ahmed al-Sharaa ha nominato il comandante delle SDF Mazlum Abdi come consigliere presidenziale. Lo scrive Sirwan Kajjo in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, originariamente apparsa su Arab Digest.

L’autore sottolinea come lo scioglimento sposti la battaglia curda dal terreno militare a quello politico, ma avverte che il processo di integrazione, iniziato nel gennaio 2026, è stato segnato da diffidenza, tensioni e episodi di violenza. Per Kajjo la transizione non nasce da un percorso politico inclusivo, quanto dalla convergenza di tre pressioni distinte: la volontà di Damasco di ricentralizzare il potere, l’insistenza di Ankara sullo smantellamento delle SDF e la scelta di Washington di ridirigere il proprio sostegno dalla Siria nord-orientale verso il governo centrale.

L’articolo distingue due categorie di rivendicazioni curde. La prima riguarda i diritti etnici, culturali e la rappresentanza politica, storicamente negati da governi successivi che hanno limitato la lingua curda, confiscato terre e soppresso l’espressione culturale. La seconda è emersa durante il conflitto, quando i curdi hanno costituito un’autonomia di fatto su circa un terzo del territorio siriano, esercitando per oltre dieci anni una governance quasi priva di controllo da Damasco.

Damasco ha compiuto alcuni passi, come il riconoscimento del curdo come lingua nazionale, senza però attribuirgli status ufficiale, e la concessione della cittadinanza a chi ne era stato privato nel 1962. Kajjo li definisce misure apprezzabili ma insufficienti a far sentire ai curdi siriani, stimati in circa tre milioni di persone, di avere un peso reale nella politica nazionale.

Un punto centrale dell’analisi riguarda il decentramento, richiesto dai curdi non solo come garanzia per le proprie aree a maggioranza curda, ma come argine più ampio contro il ritorno a un sistema centralizzato capace di sopprimere le libertà politiche e marginalizzare le minoranze. Senza partecipazione politica reale, contropoteri istituzionali e qualche forma di governo decentrato, i diritti curdi resterebbero dipendenti dalla buona volontà del governo centrale piuttosto che protetti da istituzioni durature.

L’autore richiama le situazioni analoghe di altre minoranze: i drusi di Sweida, di fatto sotto assedio nel sud del paese; gli alawiti nella regione costiera, ancora segnati dalla violenza del marzo 2025; e i cristiani, esposti a episodi ricorrenti di intimidazione da parte di gruppi armati legati al governo. Per Kajjo questi casi dimostrano che la questione dell’inclusione politica e della condivisione del potere in Siria va ben oltre il dossier curdo, e che la sicurezza a lungo termine delle comunità potrà essere garantita solo da un sistema costituzionale che disperda il potere, indipendentemente da chi controllerà Damasco.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non affronta un aspetto che pesa quanto il decentramento: la nomina di Mazlum Abdi a consigliere presidenziale non equivale a un potere di veto o a garanzie istituzionali verificabili, resta una concessione revocabile a discrezione del vertice. Per un osservatore con esperienza di teatri post-conflitto, la vera cartina di tornasole non sarà la retorica sui diritti linguistici, ma la capacità delle forze di sicurezza curde di mantenere un ruolo autonomo sul terreno una volta assorbite nell’esercito siriano. La convergenza di interessi turchi, americani e di Damasco descritta nell’articolo lascia intendere che l’integrazione sia stata concordata più per stabilizzare equilibri regionali che per costruire un federalismo funzionante. Per l’Italia e per gli alleati che seguono la Siria in chiave di stabilità mediterranea, la lezione è che un cessate il fuoco militare senza architettura costituzionale rischia di rimandare, non risolvere, le tensioni etniche che potrebbero tornare a incidere sulla sicurezza regionale.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 4 settembre 2026

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