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In Nord Africa la protesta cambia volto: dal clima ai diritti sociali

Un dato dà la misura del fenomeno: secondo un sondaggio del 2024 citato dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), una persona su sei in Nord Africa ha subito danni legati al cambiamento climatico negli ultimi due anni, o conosce qualcuno che li ha subiti, e il 71% della popolazione considera il riscaldamento globale una minaccia diretta. È su questo dato che si costruisce l’analisi firmata da Anthony Dworkin per il think tank pan-europeo, dedicata alla trasformazione dell’attivismo sociale nella regione.

Secondo l’autore, dopo le speranze deluse delle rivolte arabe del 2011 e del movimento Hirak algerino del 2019, i giovani nordafricani hanno abbandonato in larga parte le richieste di cambio di regime a favore di rivendicazioni pratiche su condizioni sociali ed economiche. Le proteste Gen Z scoppiate in Marocco nel 2025, nate da carenze nell’assistenza sanitaria alla maternità, si sono poi estese a richieste più ampie di giustizia sociale, esemplificando questa transizione.

Il Nord Africa, storicamente povero di risorse idriche, affronta ora temperature estreme, innalzamento del livello del mare, siccità e desertificazione, con terreni agricoli che diventano sterili e inondazioni improvvise che aggravano le difficoltà di agricoltori e filiere alimentari. Il cambiamento climatico contribuisce inoltre a blackout elettrici e carenze d’acqua, oltre a incendi boschivi. Di fronte all’inerzia dei governi nell’attuare politiche di mitigazione, molti movimenti hanno assunto una connotazione ambientalista, spesso locale piuttosto che nazionale, e a volte combinano protesta e iniziative di auto-aiuto comunitario.

L’articolo cita diversi casi concreti: in Marocco, ONG e sindacati di Tangeri hanno bloccato uno sviluppo edilizio che avrebbe comportato deforestazione; in Tunisia, Youth for Climate forma giovani attivisti; in Egitto, il gruppo Greenish promuove educazione climatica; in Algeria operano diversi collettivi comunitari su accesso all’acqua e desertificazione. A Gabès, in Tunisia, le proteste contro l’inquinamento da lavorazione dei fosfati sono diventate un movimento di massa dopo una serie di fughe di gas tossico nell’ottobre 2025, e restano attive quasi un anno dopo.

Dworkin evidenzia però una tensione: gli stessi movimenti si mobilitano anche contro i progetti di transizione verde quando penalizzano le comunità locali. In Tunisia gli impianti solari hanno suscitato opposizione perché sottraggono terra all’uso comunitario e accentuano squilibri regionali; in Marocco, il mega-impianto solare di Ouarzazate ha generato malcontento per il consumo d’acqua elevato.

Questa evoluzione, secondo l’autore, coincide con uno spostamento delle priorità europee verso la cooperazione socioeconomica, come mostra il Patto per il Mediterraneo dell’UE del 2025. ECFR avverte tuttavia che collaborare solo con i governi non basta a garantire progressi sui diritti economici e sociali: i progetti europei devono coinvolgere fin dall’inizio piccole imprese e società civile locale, e prevedere trasferimento tecnologico e sviluppo infrastrutturale, per evitare che la transizione energetica riproduca le stesse disuguaglianze che i movimenti denunciano.

Il commento di GrNet.it

Un cantiere solare nel deserto marocchino, con le pompe che prosciugano i pozzi delle comunità vicine mentre l’energia prodotta viaggia verso l’Europa: è l’immagine che meglio sintetizza il nodo evidenziato da ECFR. Per chi ha osservato da vicino operazioni di cooperazione civile-militare in teatri instabili, la lezione è nota: un progetto tecnicamente solido ma percepito come imposto dall’esterno genera risentimento più che stabilità, indipendentemente dalle intenzioni di chi lo finanzia. L’Italia, che ha interessi diretti nella transizione energetica mediterranea attraverso iniziative come il Piano Mattei, dovrebbe considerare questo avvertimento non come un dettaglio etico ma come un fattore di rischio operativo: comunità locali ostili a un impianto energetico possono trasformarlo in un obiettivo di sabotaggio o in una fonte cronica di instabilità sociale. La sicurezza energetica euro-mediterranea, in altre parole, passa anche dalla capacità di rendere questi progetti percepiti come reciprocamente vantaggiosi, non solo dichiarati tali nei comunicati ufficiali.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 31 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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