Polizia Penitenziaria

Carceri, il Sappe chiede strutture specializzate per detenuti violenti

Il sindacato replica alle critiche sulla proposta di gestione differenziata: «Non vogliamo riaprire le vecchie supercarceri, ma strutture moderne»

Roma, 29 agosto 2026 – Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) replica alle polemiche sulla sua proposta di gestione dei detenuti che commettono atti di violenza ripetuta nelle carceri, chiarendo che non intende restaurare le vecchie supercarceri di Pianosa e Asinara.

«Ci viene contestata una proposta che il Sappe non ha mai fatto», dichiara Donato Capece, segretario generale del sindacato. «Non abbiamo chiesto di riaprire nostalgicamente le vecchie supercarceri, non abbiamo invocato l’isolamento permanente dei detenuti e non abbiamo mai pensato di buttare la chiave». La questione posta dal Sappe è invece concreta: come deve reagire lo Stato di fronte a quella minoranza di detenuti che aggredisce ripetutamente agenti penitenziari e altri reclusi, incendia celle, devasta sezioni e continua a seminare violenza.

Il sindacato propone di utilizzare gli strumenti già previsti dall’ordinamento, in particolare gli articoli 14-bis e 32 del decreto del Presidente della Repubblica 230 del 2000, realizzando una rete limitata di istituti o sezioni specializzate per soggetti che richiedono particolari cautele in base al loro comportamento concreto durante la detenzione.

«Le supercarceri degli anni Ottanta e Novanta non devono tornare», precisa Capece. «Quello che merita di essere recuperato è il principio organizzativo della differenziazione. Non tutti i detenuti possono essere gestiti nello stesso modo e negli stessi luoghi. Abbiamo parlato di strutture del 2026, non di riaprire cancelli impolverati da trent’anni».

La proposta non riguarda il regime del 41-bis né esclusivamente la criminalità organizzata, ma la pericolosità operativa che si manifesta quotidianamente nelle sezioni ordinarie. Un detenuto può non appartenere a organizzazioni mafiose e tuttavia aggredire ripetutamente agenti e compagni, incendiare materassi, distruggere celle e impianti e destabilizzare un’intera sezione.

Il modello proposto dal Sappe prevede piccoli numeri, organici adeguati, personale specializzato, formazione, tecniche di de-escalation, videosorveglianza, sistemi di allarme, assistenza sanitaria e psichiatrica permanente e verifiche periodiche. «Sicurezza e trattamento non sono nemici», conclude Capece. «La sicurezza è la condizione perché il trattamento possa esistere».

Il Sappe chiede al Ministro della Giustizia Carlo Nordio e al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria una ricognizione nazionale sulle aggressioni, un tavolo tecnico e un piano operativo per strutture specializzate.

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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