Ransomware e AI: l’innovazione segue i profitti, non la tecnologia

«La maggior parte dei criminali informatici non sono innovatori ma imitatori»: lo scrivono Will Lyne e Jamie MacColl in un commento pubblicato da RUSI, il Royal United Services Institute di Londra, che invita a diffidare delle previsioni più allarmistiche sull’intelligenza artificiale applicata al ransomware.
Gli autori partono da una premessa storica: l’evoluzione del cybercrime moderno è stata guidata più da innovazioni nei modelli di business che da nuove capacità tecniche. I gruppi criminali, sostengono, agiscono come start-up tecnologiche mal gestite piuttosto che come laboratori di ricerca, e innovano solo quando serve a ripristinare la redditività, non per la disponibilità di nuovi strumenti.
L’ascesa del ransomware come modello criminale su vasta scala, tra la fine degli anni 2010, non derivò da capacità tecniche inedite — molti elementi provenivano da malware bancari già in uso da un decennio — ma da scelte organizzative: lo spostamento del bersaglio dagli individui alle organizzazioni, capaci di pagare riscatti più alti; l’introduzione del ransomware “human operated”, con attacchi calibrati sulla vittima; la specializzazione dei gruppi criminali in fasi distinte della catena d’attacco; l’adozione di strutture simili a imprese; la diffusione delle criptovalute come canale di incasso rapido ed economico; la costruzione di marchi criminali riconoscibili per negoziare con le vittime.
Su questa base gli autori esaminano i timori legati a una presunta “vulnpocalypse”, ovvero un’ondata di vulnerabilità individuate tramite strumenti AI come Mythos capace di travolgere le difese. Il rapporto giudica lo scenario poco plausibile: l’accesso alle potenziali vittime non è mai stato un fattore limitante per il modello di business attuale, come dimostrato dal caso del gruppo Cl0p, che con lo sfruttamento della vulnerabilità MOVEit compromise oltre mille vittime in un colpo solo, generando peraltro difficoltà operative nella gestione di un volume così ampio.
Anche i casi di ransomware “agentico”, come JADEPUFFER, non configurano ancora operazioni interamente automatizzate: un operatore umano continua a dirigere selezione dei bersagli, infrastruttura e supervisione degli attacchi. Le chat interne trapelate del gruppo BlackBasta mostrano un uso di ChatGPT per compiti ordinari — phishing, debug di strumenti di persistenza, verifica di indirizzi email rubati — assimilabile a quello di sviluppatori software qualunque.
Gli autori individuano invece due ambiti concreti dove l’AI potrebbe incidere sull’economia del ransomware, entrambi legati allo sfruttamento dei dati già rubati. Il primo riguarda l’uso di modelli linguistici per analizzare i dati sottratti e ottenere leva negoziale diretta con la vittima, come documentato da un report di GuidePoint Security sul gruppo FulcrumSec. Il secondo è la monetizzazione secondaria di enormi quantità di dati mai cancellati dopo gli attacchi, alimentata anche dal lancio, nel marzo 2026, del marketplace dark-web Leak Bazaar, dedicato proprio a questo scopo.
La conclusione degli autori è che l’adozione dell’AI da parte dei criminali informatici resterà incrementale, poiché resta più conveniente mantenere modelli di business già collaudati piuttosto che rischiare l’innovazione.
Il commento di GrNet.it
Oltre mille vittime compromesse in un solo attacco tramite la vulnerabilità MOVEit, con difficoltà operative per il gruppo Cl0p nel gestirle: è un dato che smonta da solo l’idea che ai criminali informatici manchi l’accesso alle vittime, e quindi che l’intelligenza artificiale serva anzitutto a moltiplicarlo. Per chi si occupa di resilienza cibernetica in ambito difesa, l’indicazione operativa è netta: la priorità difensiva non è tanto prevenire l’ondata di nuove vulnerabilità quanto contenere lo sfruttamento successivo dei dati già sottratti, che restano archiviati indefinitamente dai gruppi criminali. Per l’Italia, dove il tessuto di piccole e medie imprese collegate alla filiera della difesa rappresenta un bersaglio ricorrente, questo significa che le violazioni pregresse continuano a generare rischio anche anni dopo, indipendentemente dal pagamento di un riscatto. L’analisi lascia aperta una domanda che meriterebbe attenzione nei piani nazionali di cyber-resilienza: quanto le organizzazioni colpite in passato stiano oggi monitorando il riemergere dei propri dati su mercati secondari come quello descritto.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 26 agosto 2026


