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L’economia iraniana resiste sei mesi dopo l’attacco USA-Israele

Sono trascorsi quasi sei mesi da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato un’operazione volta a rovesciare il governo di Teheran, dopo decenni di sanzioni rivelatesi insufficienti allo scopo. È in questo arco temporale, tra il fallimento della guerra aperta e il successivo ricorso a un blocco navale, che si colloca l’analisi di Djavad Salehi-Isfahani pubblicata da Responsible Statecraft, secondo cui ogni escalation ha inasprito le condizioni di vita in Iran senza però ottenere l’esito politico atteso: la resa del governo.

L’autore riconosce che l’economia iraniana attraversa la fase peggiore da decenni: gli anni di sanzioni hanno cancellato due decadi di crescita e i mesi di guerra hanno provocato centinaia di miliardi di dollari di danni a infrastrutture e capacità produttiva, oltre a nuova disoccupazione. Tuttavia, l’ipotesi di un collasso imminente, ripetuta da Washington e Tel Aviv come lo era stata quella di una bomba nucleare iraniana sempre a poche settimane di distanza, si è rivelata sovrastimata.

I dati sull’occupazione mostrano che dopo il primo colpo inferto dalla campagna di massima pressione avviata da Trump nel 2018, i posti di lavoro erano risaliti da circa 23 a 25 milioni prima della guerra di giugno, con una crescita occupazionale superiore a quella della popolazione in età lavorativa. La guerra ha invertito la tendenza: tra la primavera e giugno 2026 sono spariti quasi mezzo milione di posti di lavoro, soprattutto a causa dei bombardamenti iniziati il 28 febbraio, e il tasso di disoccupazione è salito al 9,1%, dopo essersi mantenuto sotto l’8% per due anni.

Sul fronte del PIL, l’autore avverte che i confronti basati sul tasso di cambio di mercato, molto volatile, distorcono la lettura della produzione reale. Utilizzando la misura a parità di potere d’acquisto della Banca Mondiale, il PIL pro capite nel 2025 risultava del 9,6% superiore al 2018 e del 5,5% superiore al 2011, quando le sanzioni si inasprirono sotto l’amministrazione Obama: tassi di crescita modesti, ma incompatibili con la narrazione del collasso.

I dati relativi alla primavera 2026, il periodo più recente disponibile, mostrano una contrazione del PIL di appena lo 0,21% su base annua, sostenuta dalla crescita del settore utility (+6,5%), fortemente sussidiato, e della manifattura (+1,46%). Entrambi i comparti restano tuttavia esposti, poiché gli impianti siderurgici e petrolchimici sono stati colpiti dai bombardamenti e le stesse infrastrutture energetiche sono divenute bersaglio degli attacchi statunitensi.

Un fattore chiave di tenuta sociale, secondo l’autore, è stato l’ampliamento dei trasferimenti monetari diretti ai più poveri sotto le presidenze Raisi e Pezeshkian, che ha permesso di contenere la povertà tra il 2021/22 e il 2024/25, pur senza compensare pienamente inflazione e sanzioni. Il finanziamento di tali trasferimenti tramite emissione monetaria ha però alimentato un’inflazione salita a ritmi annui a tre cifre in primavera, poi dimezzata dopo il memorandum d’intesa Iran-USA del 17 giugno, che ha ridotto il valore del dollaro sul mercato interno del 15%. La scelta del governo di lasciar fluttuare i prezzi, incluso il cambio, anziché imporre razionamenti, ha contribuito secondo l’autore alla resilienza osservata finora, il cui prolungamento resta tuttavia incerto.

Il commento di GrNet.it

Un’economia può funzionare male per moltissimo tempo senza collassare: è la tesi centrale dell’analisi, e vale la pena prenderla sul serio perché smentisce un assunto ricorrente nella pianificazione occidentale delle campagne di pressione economica. La dottrina della massima pressione presuppone una soglia di rottura misurabile, ma i dati citati suggeriscono che redistribuzione statale e tenuta identitaria possono spostare quella soglia molto più avanti del previsto. Per chi in Europa osserva la crisi iraniana con l’ottica delle sanzioni imposte alla Russia dopo il 2022, il parallelo è istruttivo: anche a Mosca la capacità di adattamento economico ha finora superato le stime iniziali. Resta aperta la domanda, che l’articolo non scioglie, su quanto a lungo un governo possa finanziare i trasferimenti sociali stampando moneta prima che l’inflazione stessa diventi il vero fattore destabilizzante.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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