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CBRN, il Regno Unito scopre che i sensori senza scorte non salvano vite

Cinque azioni concrete, dalla trasparenza sulla distinta materiali dei prodotti CBRN a un organismo unico per collegare rilevamento e distribuzione: sono le raccomandazioni con cui David Crouch e Natascha McVeigh, in un commento pubblicato da RUSI, provano a colmare quello che definiscono il principale vincolo strutturale alla capacità britannica di gestire un’emergenza chimica, biologica, radiologica o nucleare su larga scala.

La tesi centrale dell’analisi è che il rilevamento precoce, per quanto tecnologicamente avanzato, non equivale a protezione. Se dispositivi di protezione individuale, test diagnostici e contromisure mediche non arrivano in tempo e in quantità sufficiente, un allarme resta un traguardo vuoto invece di innescare una risposta efficace. Gli autori richiamano il modello statunitense di resilienza sanitaria, fondato su fonti di approvvigionamento diversificate, capacità produttiva a caldo (warm-base manufacturing) mantenuta anche in tempo di pace e visibilità continua sulla catena dei fornitori.

Il rapporto ricorda che verifiche parlamentari britanniche hanno già individuato gravi lacune nella preparazione civile e nella logistica legata al CBRN, con un rischio concreto di compromettere la capacità di trasformare i primi segnali di allarme in azione operativa. La pandemia di Covid-19 viene citata come precedente: le carenze di dispositivi di protezione, reagenti e componenti per i vaccini non derivarono da difficoltà tecnologiche, ma da catene di approvvigionamento fragilizzate da decenni di procurement essenziale e delocalizzazione.

Accanto alla dimensione industriale, gli autori insistono sul ruolo dell’informazione. Gli episodi di Fukushima, Salisbury e del deragliamento di East Palestine mostrano come la disinformazione possa distorcere la percezione del rischio e indebolire l’adesione alle misure di protezione. Per questo il rapporto propone di istituzionalizzare la ‘pre-bunking’, l’anticipazione delle narrazioni false prevedibili, integrandola nelle strutture di comando e controllo attraverso una cellula dedicata alla comunicazione del rischio.

Il modello proposto si articola su due livelli. Sul lato dell’incidente, gli autori chiedono la creazione di un Sensing-to-Supply Orchestrator nazionale capace di ricevere dati di rilevamento e attivare rilasci mirati di scorte, modulazione della domanda e produzione a caldo presso siti pre-contrattualizzati. Sul lato industriale, propongono di trattare gli approvvigionamenti ad alto rischio come funzione di sicurezza nazionale, secondo le linee guida della National Protective Security Authority, affrontando rischi legati a esposizione geografica e legale, controllo ostile della proprietà, minacce cyber e insider, sicurezza fisica dei siti.

Il rapporto propone infine un quadro operativo, la ‘Resilience Triad’ fondata su robustezza, agilità e visibilità, e chiede l’allineamento della strategia britannica con strumenti europei e NATO, tra cui la NATO Support and Procurement Agency, il fondo SAFE (Strategic European Funding for Defence) e l’iniziativa Military Mobility della Cooperazione Strutturata Permanente dell’Unione Europea, mantenendo comunque una postura definita ‘NATO-first’.

Il commento di GrNet.it

Zero linee di produzione a caldo pronte a scattare in 24-48 ore: è questo, più che l’assenza di sensori, il punto debole che l’analisi RUSI individua nel sistema britannico, e che vale altrettanto per l’Italia. Il concetto di warm-base manufacturing richiamato dagli autori non è teoria astratta ma richiede impianti mantenuti attivi, personale addestrato e contratti già firmati prima che la crisi si manifesti, un investimento che nessun paese europeo, Italia inclusa, sostiene oggi a livello adeguato per il comparto CBRN. La parte sulla comunicazione del rischio, con il richiamo al caso Salisbury e alla proliferazione di narrazioni ostili in tempo reale, tocca un nervo che riguarda direttamente la Protezione Civile italiana e la sua capacità di integrare esperti di comunicazione nelle strutture di comando durante un’emergenza. Resta aperta la domanda su come questi principi, pensati per un contesto britannico con proprie agenzie e proprio budget, si traducano in un sistema italiano frammentato tra livello centrale e regionale.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 11 agosto 2026

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