Un tavolo permanente per il Medio Oriente sul modello di Helsinki

Sale operative diplomatiche a Doha, canali riservati con Teheran, mediatori che si muovono tra Gerusalemme e le capitali del Golfo senza clamore pubblico: è lo scenario che un’analisi pubblicata su Responsible Statecraft, firmata da Tom Pickering per il Quincy Institute, indica come la strada più realistica per il Medio Oriente dopo oltre due decenni di guerre che hanno esaurito la regione senza produrre stabilità.
Secondo l’autore, la guerra con l’Iran ha mostrato i limiti della potenza militare statunitense, lasciando come unica opzione praticabile un negoziato che riconosca l’equilibrio di potere esistente e le preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti coinvolte. Gli Stati Uniti, a lungo considerati il principale mediatore regionale, escono da questa fase con una reputazione compromessa: i partner del Golfo, pur riconoscendo che Washington resterà rilevante, la considerano ormai un interlocutore inaffidabile e distratto rispetto alle proprie esigenze di sicurezza.
In questo vuoto crescono le cosiddette potenze medie: Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Oman, Qatar ed Egitto, che si stanno affermando come mediatori e partner di sicurezza nel Golfo. Il loro ruolo, argomenta l’analisi, potrebbe orientare la gestione e la risoluzione dei conflitti regionali nei prossimi anni.
Il testo propone la costruzione di un tavolo di pace regionale permanente, non limitato alla gestione delle crisi ma orientato a trasformare relazioni ostili in rapporti pragmatici fondati sull’interesse reciproco. Il precedente citato è quello degli Accordi di Helsinki del 1975, che diedero origine all’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa: un’architettura che non risolse le dispute di fondo tra blocchi contrapposti, ma creò uno spazio permanente in cui gestirle nel tempo.
Il modello proposto prevede due binari complementari. Un primo livello intergovernativo, con gruppi di lavoro su sicurezza regionale, cooperazione economica, questioni umanitarie e gestione delle crisi. Un secondo livello informale, la cosiddetta diplomazia di secondo binario, coinvolgerebbe politici, accademici ed esperti di risoluzione dei conflitti per esplorare idee che i governi non possono ancora discutere pubblicamente. Qatar e Oman vengono indicati come sedi naturali per un segretariato permanente, avendo già canali aperti con Iran, Stati Uniti, Israele e i paesi del Golfo.
Un progetto pilota potrebbe partire dai margini di miglioramento già esistenti nei rapporti tra Golfo e Iran, per poi allargarsi a un’architettura di sicurezza più ampia che includa Turchia, Egitto, Pakistan e Giordania. Iran e Israele, sostiene l’autore, dovranno avere un posto in qualsiasi assetto duraturo, con un obiettivo iniziale non di riconciliazione ma di non aggressione reciproca.
La questione palestinese viene definita il tessuto connettivo di quasi tutti i conflitti regionali: un percorso credibile e irreversibile verso la statualità palestinese resta condizione necessaria per ogni progresso. In questo senso le elezioni israeliane dell’ottobre 2026 vengono indicate come un possibile spartiacque, qualora prevalesse una coalizione più incline al pragmatismo.
L’analisi si chiude osservando che investire in questa macchina diplomatica costerebbe una frazione di quanto viene oggi speso in missili e bombe.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non affronta un nodo che riguarda direttamente la sostenibilità del modello: Helsinki funzionò perché i due blocchi avevano una parità di deterrenza reciproca che li costringeva al tavolo, mentre tra Iran e Israele lo squilibrio militare e nucleare resta marcato e non simmetrico. Un’architettura di sicurezza che chieda solo non aggressione, senza toccare le capacità che generano la minaccia percepita, rischia di restare un contenitore procedurale privo di sostanza operativa. Per l’Italia, che ha esperienza diretta di mediazione multilaterale attraverso l’OSCE e la propria partecipazione a missioni nel Mediterraneo allargato, il tema non è astratto: un tavolo permanente a guida qatariota o omanita ridisegnerebbe anche i canali attraverso cui Roma dialoga con Teheran e con il Golfo. Resta da capire quale spazio residuo avrebbero gli attori europei in un’architettura pensata e gestita da potenze medie regionali.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 7 agosto 2026




