Damasco cerca la neutralità mentre la guerra Iran-Israele lambisce i suoi confini

Un attacco iraniano colpisce il 17 luglio la Siria orientale, rivendicato dai Guardiani della Rivoluzione come un colpo a un centro di comando speciale statunitense. È un episodio che, secondo l’analisi di Giorgio Cafiero pubblicata da Responsible Statecraft, racconta bene la posizione precaria di Damasco: non coinvolta direttamente nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, ma comunque esposta alle sue onde d’urto.
Il governo siriano, relativamente nuovo dopo anni di guerra civile, ha concentrato le proprie priorità su ricostruzione, investimenti esteri e rafforzamento istituzionale. La crisi regionale ha però già generato pressioni economiche e di sicurezza: aumento dei costi di trasporto e assicurazione, cautela crescente tra gli investitori, nuovi flussi di rifugiati. A complicare il quadro, la contrazione economica che colpisce la maggior parte degli stati del Gulf Cooperation Council per effetto della guerra in Iran rischia di ridurre o cancellare i memorandum d’intesa economici precedentemente siglati con Damasco.
Non mancano tuttavia opportunità impreviste. I blocchi dello Stretto di Hormuz hanno ridotto la capacità dell’Iraq di esportare petrolio via Golfo, aumentando le spedizioni via terra attraverso la Siria verso i porti mediterranei. Si discute di nuovo di corridoi infrastrutturali che collegherebbero i produttori del Golfo al Mediterraneo passando per Giordania e Siria, mentre Turchia e Arabia Saudita hanno annunciato piani per rilanciare la storica ferrovia dell’Hegiaz. Karam Shaar, del New Lines Institute, osserva che simili sviluppi potrebbero migliorare “esponenzialmente” la posizione regionale della Siria e aiutare il governo a “consolidare” il proprio potere, obiettivo che definisce “l’ordine del giorno” di Damasco.
Restano rischi significativi legati alla vulnerabilità geografica siriana, incastonata tra Libano, Iraq, Giordania e Turchia. Joshua Landis, del Center for Middle Eastern Studies dell’Università dell’Oklahoma, segnala come la crisi libanese produca effetti sproporzionati sull’economia siriana, viste le strette interconnessioni tra i due paesi, con un aumento dei rifugiati siriani in rientro dal Libano che genera nuova domanda di alloggi e servizi che Damasco fatica a garantire. Bassam Barabandi, ex diplomatico siriano, richiama inoltre la presenza persistente di residui dello Stato Islamico, reti legate all’ex regime di Assad e gruppi sostenuti dall’Iran, nessuno dei quali ha interesse al successo del nuovo governo.
Sull’attacco del 17 luglio le interpretazioni divergono: per Landis è un segnale di deterrenza, un messaggio di Teheran che dimostra la propria capacità di colpire più paesi contemporaneamente; per Barabandi potrebbe costituire un avvertimento a Damasco rispetto a eventuali pressioni siriane su Hezbollah in Libano; per Shaar, invece, l’episodio non avrebbe reale significato strategico, trattandosi solo di un tentativo iraniano di mostrare la propria portata operativa.
Rispetto a Israele, Damasco mantiene una postura di neutralità dichiarata, discontinuità rispetto all’era Assad, pur continuando a considerare l’occupazione israeliana della Siria sud-orientale una minaccia grave alla propria sovranità. Secondo Barabandi, il successo di lungo periodo del nuovo governo dipenderà meno dagli sviluppi militari regionali e più dalla capacità di costruire istituzioni rappresentative, applicare lo stato di diritto, contrastare la corruzione e avviare un processo credibile di giustizia transizionale.
Il commento di GrNet.it
La neutralità dichiarata da Damasco non è una scelta di principio ma una necessità imposta dalla debolezza strutturale dello Stato siriano, privo ancora di forze armate consolidate e di un apparato di sicurezza in grado di reggere un secondo fronte. Vale la pena notare come l’analisi tratti la vulnerabilità economica e quella militare come un unico problema: i rientri di rifugiati dal Libano pesano sulle casse pubbliche tanto quanto un possibile coinvolgimento in un conflitto aperto. Per un osservatore con esperienza di stabilizzazione post-bellica, il punto debole del ragionamento resta l’assenza di una valutazione sulla tenuta delle forze di sicurezza siriane di fronte a provocazioni mirate, come quella del 17 luglio, che potrebbero un giorno superare la soglia di tolleranza di Damasco. La distinzione tra il possibile e il dichiarato, qui, riguarda proprio le reali capacità di deterrenza siriane, più che le intenzioni di Teheran.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 7 agosto 2026



