Gaza, il Board of Peace ribalta l’accordo sul disarmo di Hamas

Sono bastati cinque giorni, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 2026, perché l’accordo salutato da Donald Trump come «storico» si trasformasse in un caso di ripudio unilaterale. A ricostruirlo è Khaled Elgindy su Responsible Statecraft, think tank statunitense di orientamento realista: il Board of Peace (BOP), l’organismo istituito dallo stesso Trump per sovrintendere al suo piano di pace per Gaza, avrebbe di fatto rinnegato l’intesa sul disarmo di Hamas che aveva appena celebrato.
L’accordo era il frutto di otto mesi di negoziati condotti dall’alto rappresentante del BOP Nicolay Mladenov con Hamas e con diversi attori regionali. Doveva sbloccare la seconda fase del piano in 20 punti di Trump, con la ricostruzione di Gaza, la creazione di un’amministrazione palestinese e di una forza di polizia, il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano dall’enclave.
Secondo l’autore, Trump e il BOP avevano già concesso a Israele una sostanziale esenzione dagli obblighi della Fase 1, senza sanzionare le violazioni quotidiane del cessate il fuoco. Da quando l’accordo è entrato in vigore lo scorso ottobre, Israele ha continuato con raid aerei quasi giornalieri su Gaza, che secondo fonti citate nell’articolo hanno causato almeno 1.250 morti palestinesi, oltre a restrizioni sugli aiuti, nuove occupazioni di territorio e il blocco del ritorno delle strutture amministrative e di polizia palestinesi.
I due punti più controversi — la distinzione tra armamento pesante e armi leggere private, e la sequenza tra smantellamento delle armi e ritiro israeliano — erano stati risolti dopo una forte pressione egiziana e di altri mediatori su Hamas. L’intesa prevedeva un processo parallelo e graduale, con ritiro militare israeliano e disarmo di Hamas concomitanti, per evitare che una delle due parti potesse esercitare un potere di veto sull’intero processo. Funzionari dell’amministrazione Trump avevano persino avvertito Israele che un eventuale rifiuto avrebbe «deluso molto» il presidente.
Israele ha comunque respinto i termini dell’accordo, chiedendo che non ci sia alcun ritiro prima del disarmo completo di Hamas e rivendicando la libertà di continuare le operazioni militari a Gaza. Il BOP, allineato a Trump, ha adottato in pieno la posizione israeliana, sostenendo in una dichiarazione che il ritiro oltre la cosiddetta Yellow Line avverrà «solo una volta completato il disarmo», nonostante l’articolo 8 della road map del BOP stabilisca esplicitamente che il processo di smantellamento delle armi è collegato a un ritiro israeliano graduale, e nonostante Mladenov avesse dichiarato che ritiro e disarmo dovevano procedere «in sincronia».
Per Elgindy le conseguenze sono rilevanti: la credibilità di Mladenov come mediatore risulta compromessa, così come la disponibilità di Hamas e di altri attori regionali come Egitto e Qatar a trattare con lui. L’autore ritiene improbabile che Hamas accetti un disarmo unilaterale mentre Israele consolida il controllo su Gaza, una condizione che verrebbe percepita come una resa. Le conseguenze più gravi riguarderebbero i 2,2 milioni di abitanti di Gaza, per i quali il voltafaccia di Trump rischia di rinviare indefinitamente soccorsi, ripresa e ricostruzione.
Il commento di GrNet.it
L’analisi si concentra sulla tenuta del piano Trump ma lascia sullo sfondo un aspetto che riguarda la credibilità stessa dei meccanismi multilaterali di garanzia post-conflitto: un organismo di sorveglianza che riscrive la propria road map su pressione di una delle parti smentisce la funzione di arbitrato imparziale per cui è stato costituito. Per chi progetta missioni di stabilizzazione o interposizione, il caso Gaza mostra quanto sia fragile qualsiasi architettura di garanzia priva di meccanismi vincolanti indipendenti dalla volontà politica del patrono che la finanzia. Se l’Italia dovesse mai partecipare a una missione di monitoraggio o addestramento in un contesto analogo, la lezione riguarderebbe la necessità di mandati chiari e verificabili, non soggetti a reinterpretazione unilaterale da parte di un solo sponsor. Resta da capire quanto gli altri mediatori regionali, Egitto e Qatar in primis, siano disposti a tollerare precedenti di questo tipo prima di ritirare la propria collaborazione.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 agosto 2026


