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Gaza, il piano Trump tra disarmo di Hamas e ritiro israeliano

Board of Peace cambia posizione dopo l’accordo. Israele mantiene il controllo territoriale mentre le parti restano in stallo.

Dall’ottobre 2025, quando è entrato in vigore il cessate il fuoco a Gaza, il Board of Peace ha subordinato quasi ogni altro passo del piano in venti punti di Donald Trump al disarmo di Hamas. Secondo un’analisi di Chatham House, questa impostazione ha finora escluso qualsiasi discussione sul ritiro israeliano. Nel frattempo il controllo israeliano del territorio è aumentato, passando da circa il 53 per cento di Gaza nell’ottobre 2025, lungo la cosiddetta Linea Gialla, a quasi il 70 per cento attuale. L’annuncio di Trump secondo cui Hamas avrebbe accettato il piano di disarmo potrebbe alterare questo equilibrio: mettendo Israele con le spalle al muro sul terreno negoziale, Hamas esercita per la prima volta da mesi una pressione esterna su Gerusalemme.

Tuttavia, secondo un’analisi del Quincy Institute, il Board of Peace ha radicalmente cambiato posizione appena cinque giorni dopo aver celebrato l’«accordo storico» sul disarmo. L’intesa era emersa da otto mesi di negoziati intensi tra l’Alto Rappresentante del Board of Peace Nicolay Mladenov e Hamas, con il coinvolgimento di vari attori regionali. L’accordo prevedeva un processo parallelo e graduale in cui il ritiro militare israeliano e il decommissioning delle armi di Hamas procedessero contemporaneamente, impedendo a una delle parti di esercitare un «veto» sul processo. Questo equilibrio è stato però abbandonato: il Board of Peace ha adottato la posizione israeliana, dichiarando che il ritiro dell’Idf oltre la Linea Gialla avrebbe luogo solo dopo il completamento del disarmo, contrariamente a quanto stabilito nell’articolo 8 della roadmap, che collegava esplicitamente il decommissioning al ritiro israeliano graduale.

Le due parti tendono a irrigidirsi sulle rispettive condizioni di sequenza. Israele chiede il disarmo completo prima di qualsiasi ritiro e ha dichiarato di non voler arretrare senza un disarmo genuino, esprimendo alla Casa Bianca serie preoccupazioni di sicurezza sull’accordo. Ha inoltre chiesto libertà di colpire nelle aree destinate alla forza internazionale di stabilizzazione (International Stabilization Force, ISF), si è opposto al coinvolgimento di Qatar e Turchia nelle fasi di verifica, e ha richiesto la distruzione, non il semplice stoccaggio, delle armi confiscate. Hamas, guidato dal nuovo leader Khalil al-Hayya, ha respinto la richiesta di distruggere le armi e ha evitato deliberatamente i termini disarmo o resa, preferendo il termine decommissioning, ispirato in parte al processo nordirlandese.

Secondo l’analisi di Chatham House, resta da vedere se il Board of Peace e Trump in particolare siano disposti a esercitare la pressione necessaria su entrambe le parti per superare l’impasse attuale. L’analisi ritiene improbabile che si definisca a breve un calendario per la consegna delle armi o il ritiro delle truppe. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in vista delle elezioni di ottobre, ha ogni interesse a dilatare i tempi: qualsiasi apertura pubblica su una riduzione del controllo a Gaza rischierebbe di alienargli l’elettorato, mentre alcuni ministri di destra hanno già annunciato progetti di nuovi insediamenti nell’enclave. Anche per Hamas, temporeggiare risulta funzionale: l’adesione al piano la mantiene nel dibattito sul futuro di Gaza e potrebbe spostare su Israele l’onere dell’intransigenza, pur sapendo che la consegna effettiva delle armi non sarà immediata.


Articolo originale: Chatham House

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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