Truffa sulle criptovalute, cinque misure cautelari a Trento

Sequestri per oltre 877.000 euro: il meccanismo «Hashburst» prometteva guadagni irrealistici con un finto mining
Trento, 12 ottobre 2026. Questa mattina la Guardia di Finanza ha eseguito un decreto del giudice per le indagini preliminari (gip) di Trento, su richiesta della Procura distrettuale della Repubblica. Il provvedimento dispone misure cautelari nei confronti di cinque persone e il sequestro preventivo, anche per equivalente, di oltre 877.000 euro nei confronti di due soggetti, ritenuti il profitto della truffa. Sono state eseguite anche numerose perquisizioni e acquisizioni documentali in Trentino Alto Adige, Lombardia e Veneto.
All’operazione hanno partecipato i finanzieri del Comando provinciale di Trento, con il supporto del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata (Scico), del Nucleo speciale repressione frodi tecnologiche e di numerosi reparti del Corpo sul territorio nazionale. Ha collaborato anche Eurojust, l’organo di cooperazione giudiziaria europeo.
Le misure e i sequestri sono stati eseguiti nelle province di Cremona, Lecco, Mantova, Milano, Monza Brianza, Pavia, Trento, Treviso e Vicenza, e anche all’estero, in Belgio. Gli accertamenti sono iniziati nell’aprile del 2024 e sono stati condotti dal Gruppo investigativo criminalità organizzata (Gico) del Nucleo polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Trento.
Secondo gli investigatori, il gruppo operava nel settore del finto mining di criptovalute, con il nome «Hashburst». Alcuni degli indagati si presentavano come esperti del settore informatico e proponevano investimenti sfruttando il richiamo tecnologico dell’intelligenza artificiale unita alle criptovalute. Il danno patrimoniale complessivo è di circa 877.000 euro, riferito alle sole querele ricevute. Una stima più ampia, pari a circa 5.000.000 euro, riguarda il solo Trentino Alto Adige, indicato come «cluster di Trento».
Gli indagati organizzavano convegni in noti hotel del Trentino, utilizzavano i social network e sfruttavano la rete di conoscenze e la clientela di un consulente finanziario locale. Promuovevano la vendita di apparati elettronici basati sull’intelligenza artificiale, presentati come a basso impatto ambientale. Le garanzie offerte erano lettere di patronage prive di valore, emesse da una società estera.
Ai clienti venivano promessi guadagni stimati tra 0,8 e 1 Bitcoin, mensili o annuali, derivanti dall’estrazione di criptovalute come Bitcoin, Ethereum, Dogecoin e Litecoin. Gli investimenti iniziali variavano tra 4.000 e 30.000 euro per singolo dispositivo. Dalle indagini è emerso che i dispositivi erano semplici personal computer assemblati, con potenza di calcolo minima e inidonei all’attività promessa. Anche le applicazioni e i siti internet per visualizzare i presunti guadagni erano ingannevoli.
Alle richieste di spiegazioni dei risparmiatori, gli indagati trasferivano piccole somme, chiamate «rewards», di alcune decine di euro. Giustificavano il mancato pagamento dei guadagni promessi con cambi di compagini societarie o problemi tecnici.
Le entrate delle vendite venivano fatturate da due società di diritto inglese riconducibili al gruppo. I pagamenti delle vittime confluivano su conti correnti esteri, in prevalenza presso istituti bancari con sede in Belgio.
Tra le figure di spicco è emerso un uomo di origine lombarda, residente in Svizzera, con numerosi precedenti per reati economico-finanziari. In passato era risultato vicino a contesti di criminalità organizzata riconducibili alla ‘ndrangheta. Nel giugno 2023 era già stato destinatario di una misura cautelare personale per presunte frodi e indebita percezione di fondi legati al Pnrr.
L’operazione, sottolinea la Guardia di Finanza, è stata condotta in collaborazione con l’Autorità giudiziaria, a contrasto delle frodi tecnologiche e a tutela del mercato finanziario digitale e dei risparmiatori.






