La crisi dello Stretto di Hormuz rafforza la strategia europea sul prezzo del carbonio

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha esposto la fragilità strutturale dell’Europa nel dipendere dai combustibili fossili. Sebbene l’UE importi solo il 10 per cento del suo gas naturale liquefatto dal Golfo Persico, i vincoli globali di offerta hanno già innalzato i prezzi energetici europei, costringendo l’Unione a competere con gli acquirenti asiatici per le forniture alternative. Dal inizio del conflitto, l’UE ha sostenuto costi aggiuntivi di 24 miliardi di euro per le importazioni di combustibili fossili, con ricadute significative su inflazione e crescita economica.
In risposta, la Commissione europea ha presentato il pacchetto AccelerateEU, che combina misure di breve termine—quali il coordinamento dello stoccaggio di gas e sussidi mirati—con soluzioni strutturali di lungo periodo incentrate su elettrificazione e interconnessioni transnazionali. Tuttavia, il pacchetto mantiene come strumento centrale il pricing del carbonio attraverso lo schema europeo di scambio di quote di emissioni (ETS), considerato il meccanismo più efficace per incentivare la decarbonizzazione.
L’ETS, operativo dal 2005, ha dimezzato le emissioni nei settori coperti e ha generato entrate sostanziali per finanziare investimenti in energia pulita. Senza questo meccanismo, l’Europa consumerebbe circa 100 miliardi di metri cubi aggiuntivi di gas naturale annualmente, rispetto ai 300 miliardi attuali. Il sistema ha inoltre accelerato l’abbandono del carbone, riducendo sia i danni climatici che i costi sanitari associati.
Nonostante il successo, l’ETS rimane divisivo tra gli Stati membri. Paesi come l’Italia e la Repubblica Ceca chiedono una sospensione o un allentamento per preoccupazioni di competitività industriale, mentre Spagna e Svezia si oppongono a indebolimenti. Francia e Germania sostengono il sistema ma hanno richiesto «flessibilità». Nel dicembre 2025, la Commissione ha rinviato l’estensione del pricing del carbonio ai settori costruzioni e trasporti, e ha proposto aggiustamenti al Meccanismo di stabilità del mercato che ridurranno modestamente il prezzo del carbonio per i produttori.
L’Italia ha adottato un «decreto energia» che subsidia i produttori di gas naturale per i costi del carbonio, sebbene l’ETS rappresenti solo il 3 per cento delle bollette elettriche domestiche italiane. Questo approccio consolida la dipendenza dal gas naturale e contraddice il principio del «chi inquina paga», fondamento della politica climatica europea, rischiando di frammentare il mercato unico.
Nel breve termine, l’Europa necessita di gas naturale liquefatto per colmare il vuoto lasciato dalle forniture russe, supportata dall’espansione delle infrastrutture di rigassificazione e da un coordinamento rafforzato degli acquisti congiunti. Nel lungo periodo, tuttavia, la transizione verso fonti rinnovabili—integrate con sistemi di accumulo a batteria, ormai oltre il 90 per cento più economici rispetto al 2010—rimane l’unica via per ridurre l’esposizione ai shock geopolitici e alla volatilità dei mercati globali.
La vicenda dello Stretto di Hormuz ripropone una lezione strategica che la dottrina NATO conosce bene: l’indipendenza energetica è prerequisito della sovranità. L’analisi di Chatham House evidenzia come le iniziative nazionali frammentate—come il decreto italiano—rischiano di indebolire proprio lo strumento che potrebbe garantire all’Europa una resilienza strutturale. Per l’Italia, il dilemma è reale: proteggere le industrie energetiche nel breve termine significa rinunciare a una transizione ordinata che, nel medio-lungo periodo, ridurrebbe la vulnerabilità geopolitica ben più di sussidi temporanei. La review dell’ETS di luglio sarà cruciale per verificare se l’Unione mantiene coesione strategica o cede a pressioni nazionali.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 24 aprile 2026




