Gli stati del Golfo tra Iran e Israele: serve un’architettura di sicurezza condivisa

«La stabilità è un moltiplicatore, non una risorsa scarsa»: con questa formula l’analista Rashid Al-Mohanadi sintetizza, in un contributo pubblicato da Chatham House l’8 giugno 2026, la dottrina strategica che accomuna i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Una dottrina messa duramente alla prova dagli eventi degli ultimi due anni.
Il testo ripercorre una sequenza di escalation senza precedenti. Nel giugno 2025, dopo una serie di attacchi militari statunitensi contro siti nucleari iraniani, Teheran ha lanciato una salva di missili contro il Qatar, in gran parte intercettata dai sistemi integrati di difesa aerea e missilistica di Doha. Nel settembre dello stesso anno, Israele ha condotto il primo attacco diretto contro una capitale del Golfo, colpendo un quartiere residenziale di Doha nel tentativo di sabotare l’iniziativa di pace per Gaza promossa dall’amministrazione Trump, uccidendo un giovane ufficiale qatarino. La crisi ha costretto Washington a prendere misure punitive senza precedenti nei confronti del governo Netanyahu, ottenendo una formale scusa al Qatar e producendo un ordine esecutivo che garantisce la sicurezza qatariana con un impegno paragonabile all’Articolo 5 della NATO. In febbraio 2026, dopo il collasso dei negoziati e l’avvio di una più ampia campagna militare statunitense-israeliana contro l’Iran, Teheran ha scatenato attacchi missilistici e con droni contro tutti gli stati del CCG e la Giordania.
Al-Mohanadi individua una simmetria strutturale tra Iran e Israele che la lettura convenzionale tende a ignorare: al di là della loro rivalità reciproca, entrambi condividono la convinzione che la propria sicurezza non possa essere garantita attraverso l’integrazione regionale o la sicurezza collettiva, ma solo attraverso l’egemonia e la subordinazione dei vicini. Israele persegue questo obiettivo con azioni militari unilaterali e massicce, protetto da un sostegno diplomatico e militare statunitense che ha reso di fatto inapplicabili le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’Iran, al contrario, opera attraverso strumenti asimmetrici — reti di proxy come Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e le Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq — e capacità offensive a lungo raggio basate su missili balistici e sciami di droni, puntando a rendere il costo dell’escalation insostenibile per gli avversari.
Durante gli attacchi del febbraio-aprile 2026, nonostante il CCG avesse dichiarato la propria neutralità e garantito che il proprio spazio aereo, terrestre e marittimo non sarebbe stato usato per operazioni offensive contro l’Iran, Teheran ha colpito lo stesso. Secondo il governo qatarino, circa due terzi degli attacchi hanno preso di mira infrastrutture civili. Gli impianti energetici di Ras Laffan sono stati colpiti il 2 marzo, prima ancora che Israele attaccasse depositi di carburante a Teheran. L’obiettivo strategico iraniano era produrre una crisi economica globale attraverso la destabilizzazione delle infrastrutture energetiche del Golfo e lo sfruttamento dello Stretto di Hormuz come leva di coercizione. La strategia non ha raggiunto i risultati sperati, secondo l’autore, perché ha sottovalutato la capacità di tenuta degli stati del Golfo.
Il contributo ricorda che per decenni il CCG ha tentato di accomodare entrambe le potenze: negli anni Novanta il Qatar aprì un ufficio commerciale israeliano a Doha; nel 2002 l’Arabia Saudita promosse l’Arab Peace Initiative; nel 2020 Emirati Arabi Uniti e Bahrain firmarono gli Accordi di Abramo; nel 2023 Riad ripristinò le relazioni diplomatiche con Teheran grazie alla mediazione cinese. Ogni apertura, osserva l’analista, è stata seguita da nuove azioni destabilizzanti da parte di Israele o dell’Iran, che leggono la logica a somma positiva del Golfo non come pragmatismo ma come debolezza.
La conclusione del testo è che gli stati del CCG, pur disponendo di sistemi di difesa aerea integrati e di una dottrina orientata alla stabilità, non possono affrontare da soli la doppia pressione. Costruire un’architettura di sicurezza regionale efficace richiede il sostegno attivo dei partner internazionali, a partire dalla garanzia della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
Il commento di GrNet.it
La crisi di Suez del 1956 insegnò che nessuna potenza regionale può garantire la libertà delle rotte energetiche senza un quadro di sicurezza condiviso con i partner marittimi: settant’anni dopo, la questione dello Stretto di Hormuz ripropone la stessa equazione. Per la Marina Militare italiana, che opera stabilmente nel Golfo di Oman nell’ambito di missioni multilaterali, la prospettiva di nuovi meccanismi di garanzia della navigazione — eventualmente ancorati a impegni simili all’Articolo 5 — solleva interrogativi concreti su mandati, regole d’ingaggio e catene di comando. Vale la pena notare che l’analisi descrive come verificati attacchi e danni alle infrastrutture civili del Qatar, ma non entra nel merito delle capacità effettive dei sistemi missilistici iraniani né dei tassi di intercettazione reali: dati che restano in parte rivendicati dalle parti e non confermati da fonti indipendenti. Infine, l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC a maggio 2026, citata en passant, merita attenzione: se le divergenze economiche interne al CCG si approfondissero, la coesione della stessa architettura di sicurezza descritta nell’analisi potrebbe risultare più fragile di quanto il testo lasci intendere.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 giugno 2026




