Quando gli Usa riducono i rinforzi a Nato, l’Europa deve scegliere se diventare autonoma

Nel maggio 2026, il presidente Trump ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati americani dalla Germania e la cancellazione del dispiegamento di missili Tomahawk e altre armi a lungo raggio, seguito da una serie di decisioni contraddittorie sui rinforzi in Polonia. Dietro questi annunci apparentemente caotici si cela una strategia più sistematica: il Pentagono ha comunicato ufficialmente ai direttori della politica difensiva dei paesi Nato che gli Stati Uniti intendono ridurre significativamente il bacino di risorse militari e capacità che Washington mette a disposizione dell’Alleanza in caso di crisi o conflitto. Secondo quanto riportato da fonti presenti al meeting di Bruxelles presso il quartier generale Nato, il Royal United Services Institute documenta come i tagli riguarderanno principalmente asset aerei e marittimi, con una riduzione di un terzo dei caccia assegnati a Nato e del 50 per cento dei bombardieri strategici, oltre a effetti su tanker di rifornimento in volo, cacciatorpediniere e sottomarini.
La decisione riflette la priorità americana verso l’Indo-Pacifico e l’Emisfero occidentale. Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la Politica, ha già teorizzato una «Nato 3.0» dove gli europei assumerebbero la responsabilità primaria della difesa convenzionale del continente. Il segretario generale Nato Mark Rutte ha accolto l’annuncio con cautela, sottolineando che non cambierà la spinta dell’Alleanza verso un’«Europa più forte» e meno dipendente da un singolo alleato. Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha definito «produttivo» il meeting, aggiungendo che gli aggiustamenti erano attesi a causa degli impegni globali americani.
L’impatto sulla NATO Force Model—il documento che specifica le forze e gli asset che ogni alleato deve fornire nei primi 10, 30 e 180 giorni di un conflitto—è sostanziale. Tuttavia, gli analisti del think tank britannico notano che non si tratta di cambiamenti immediati: molte capacità non sono nemmeno attualmente schierate in Europa, e gli Stati Uniti non hanno messo in discussione il proprio impegno nucleare sul continente. Ciò nonostante, il rischio è che Mosca interpreti il ritiro come un segnale di disimpegno americano e acceleri i test alle difese Nato.
Parallelamente emerge un’opportunità strategica. Nato ha già avviato discussioni interne sulla colmatura dei vuoti di capacità, con iniziative come «Eastern Sentry» per il fianco orientale che non include forze americane. Nei prossimi mesi si susseguiranno riunioni critiche: il 3 giugno i pianificatori militari nazionali si incontreranno a Mons per la conferenza annuale di generazione delle forze; il 18 giugno i ministri della difesa si prepareranno al vertice di Ankara di luglio, dove il potenziamento delle capacità sarà centrale. Gruppi di paesi Nato stanno già costituendo cluster di capacità—sottomarini sotto la guida della Norvegia, missili Tomahawk sotto il Regno Unito o la Germania—mentre il corpo congiunto olandese-tedesco prepara una nuova struttura di comando per la difesa di Estonia e Lettonia.
L’analisi del RUSI sottolinea che gli europei dovranno trasformare la crescente spesa difensiva in capacità concrete, imparando a pianificare scenari dove il Pentagono fornisce solo il 50, il 30 o addirittura lo 0 per cento delle risorse. Un effetto collaterale non intenzionale: mentre gli alleati europei riducono la dipendenza da Washington, riducono anche quella dalle aziende di difesa americane. Nel 2026 il Canada ha scelto aerei di allarme rapido svedesi della Saab invece di Boeing, e la Danimarca ha firmato un contratto per il sistema di difesa aerea franco-italiano SAMP/T anziché il Patriot. Una tendenza che potrebbe accelerare con l’introduzione di una «preferenza europea» nelle regole di appalti difensivi dell’Ue.
Il documento del RUSI cattura un momento di transizione critica per la Nato: il disimpegno americano non è casuale, ma strategico e dichiarato. Per l’Italia, questo significa che la retorica sulla «autonomia strategica europea» diventa improvvisamente operativa, non più teorica. La sfida non è ideologica ma concreta: i nostri asset aerei e marittimi dovranno compensare una riduzione di un terzo dei caccia Usa e del 50 per cento dei bombardieri strategici. Ciò che il RUSI non dice esplicitamente, ma che un analista militare legge tra le righe, è che l’Europa avrà meno tempo di quanto pensi per colmare questi vuoti prima che Mosca testi le nuove linee rosse.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 28 maggio 2026




