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L’accordo nucleare tra Trump e Riad rischia di allontanare la pace con l’Iran

Perché un’intesa definitiva tra Washington e Teheran appare oggi più lontana di qualche mese fa? Secondo Trita Parsi, che firma l’analisi per Responsible Statecraft, la risposta va cercata nell’accordo nucleare che l’amministrazione Trump ha appena reso pubblico con l’Arabia Saudita, un’intesa che secondo l’autore rende ancora più stridente la disparità di trattamento riservata all’Iran.

Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è collassato a luglio. Teheran chiede pubblicamente di tornarvi, ma la posizione attuale di Trump è che, anche qualora l’Iran riaprisse lo Stretto di Hormuz, non revocherebbe il blocco né riattiverebbe l’accordo. E anche nell’improbabile caso lo facesse, il memorandum non potrebbe comunque tornare in vigore finché Israele continua a colpire il Libano: una condizione che l’Iran, secondo l’articolo, non è disposto ad accettare, dato che il cessate il fuoco regionale resta per Teheran non negoziabile.

Il nodo più rilevante riguarda però il nucleare. Parsi richiama l’analisi di Kelsey Davenport dell’Arms Control Association, secondo cui Washington concede a Riad l’accesso alla stessa tecnologia di arricchimento dell’uranio che per oltre tre decenni ha cercato di negare a Teheran, imponendo però all’Arabia Saudita un regime ispettivo molto più permissivo. L’accordo, scrive l’ACA, non prevede l’adesione saudita al Protocollo Aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, lo strumento di verifica più intrusivo tra quelli disponibili, nonostante costituisca da tempo una prassi bipartisan consolidata negli accordi di cooperazione nucleare civile statunitensi.

Il confronto storico che l’autore propone è diretto: l’Iran aveva iniziato ad applicare volontariamente il Protocollo Aggiuntivo nel 2016, nell’ambito dell’accordo nucleare negoziato sotto Obama, salvo vedere il percorso interrotto dal ritiro di Trump nel maggio 2018. Inoltre l’intesa con Riad apre alla possibilità di un programma di arricchimento fino al 20 percento, la stessa soglia che nel 2010 l’Iran raggiunse per produrre combustibile per il reattore di ricerca di Teheran, donato dagli Stati Uniti negli anni Sessanta nell’ambito del programma Atoms for Peace. All’epoca quella scelta fu citata dall’amministrazione statunitense, tramite le dichiarazioni del portavoce del Dipartimento di Stato Philip Crowley e dell’allora ambasciatrice all’ONU Susan Rice, come prova delle ambizioni militari di Teheran.

Parsi ricorda inoltre che, secondo il ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore della bozza d’intesa del febbraio 2026 poi respinta da Trump in favore della guerra, l’Iran aveva accettato un arricchimento commisurato alle necessità civili che avrebbe comportato una pausa di cinque-sette anni, con margini di apertura fino a dieci. Questi margini negoziali, avverte l’autore, rischiano di dissolversi se al termine dei sessanta giorni previsti dal memorandum non si raggiunge un’intesa sul nucleare, resa più difficile proprio dallo scarto evidente tra quanto richiesto a Teheran e quanto concesso a Riad. In assenza di un accordo, conclude Parsi, la ripresa del conflitto appare probabile.

Il commento di GrNet.it

Il precedente utile qui è la dottrina del doppio binario che gli Stati Uniti hanno applicato per decenni alla non proliferazione, distinguendo tra alleati fidati e stati considerati ostili indipendentemente dalle capacità tecniche effettive: un impianto che aveva già mostrato le sue crepe con Israele, Pakistan e India, e che ora si ripete in forma ancora più esplicita con Riad. Per chi osserva le dinamiche negoziali mediorientali da una prospettiva militare, il punto debole dell’argomento americano non è tanto giuridico quanto di credibilità deterrente: un regime ispettivo a due velocità toglie a Washington la possibilità di presentarsi come arbitro imparziale in un eventuale nuovo negoziato con Teheran. Per l’Italia, che nel Golfo mantiene interessi energetici e presenze militari nell’ambito di missioni multinazionali, l’eventualità di una ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran comporterebbe rischi diretti sulle rotte marittime e sulla sicurezza degli assetti schierati nell’area. Resta da capire se i partner europei intendano sollevare la questione della disparità di trattamento in sede NATO o bilaterale, oppure se prevarrà, come spesso accaduto, la scelta di non commentare le decisioni nucleari statunitensi verso alleati regionali.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 2 settembre 2026

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