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Il vuoto delle batterie nella base industriale della difesa occidentale

«La forte dipendenza dalle filiere cinesi delle batterie è rischiosa non solo perché le alternative sono limitate, ma perché non possono essere create rapidamente»: è il passaggio centrale del commento pubblicato dal Royal United Services Institute (RUSI) e firmato da Lukas Trakimavicius, che indica nelle batterie al litio una vulnerabilità industriale finora trascurata rispetto a piattaforme, munizioni e personale.

L’autore ricorda come le batterie al litio siano ormai presenti in ogni dominio militare, dalle radio portatili ai caccia F-35. I costi delle celle sono calati di oltre il 90% dal 2010, mentre la densità energetica a livello di cella è più che raddoppiata, aprendo la strada a veicoli tattici ibridi, reti di sensori distribuiti e sistemi senza equipaggio (UxS) impiegati su larga scala.

Secondo uno studio della MITRE Corporation citato nell’analisi, in uno scenario di elettrificazione aggressiva la domanda militare statunitense di batterie al litio potrebbe salire a 1 GWh l’anno entro il 2053: una cifra marginale rispetto a un mercato globale ormai misurato in terawattora, ma rilevante per il comparto difesa.

Il nodo strutturale riguarda la concentrazione della filiera. La Cina controlla circa l’80% della capacità globale di produzione di celle al litio, l’85% dei materiali attivi catodici e oltre il 90% di quelli anodici, oltre alla maggior parte della capacità di raffinazione di grafite, manganese e cobalto. Tale posizione, costruita in quasi vent’anni di sostegno statale e sviluppo del settore dei veicoli elettrici, si consolida ulteriormente grazie a imprese come CATL e BYD: CATL da sola impiega quasi 23.000 addetti alla ricerca e sviluppo e nel 2025 ha investito circa 3,2 miliardi di dollari, più dei concorrenti diretti messi insieme.

Un rapporto dell’EU Institute for Security Studies citato nel testo conclude che nel 2025 Pechino ha usato i controlli sulle esportazioni per estrarre informazioni strategiche, esercitare pressione economica e scoraggiare azioni contrarie ai propri interessi. L’autore accosta questo rischio alla militarizzazione russa dell’energia contro l’Ucraina, come monito sulla difficoltà di ridurre dipendenze già consolidate.

Sul fronte del reshoring produttivo, l’analisi elenca ostacoli concreti: i costi di produzione in Europa e Stati Uniti restano fino al 50% più alti rispetto alla Cina; le rese produttive dei nuovi entranti si fermano al 70-85% contro il 90% dei leader consolidati; il fabbisogno di capitale per le gigafactory è enorme, come dimostrano i fallimenti di Northvolt e Morrow; e la domanda militare da sola non basta a muovere il mercato, dato che una singola linea in una fabbrica di batterie per veicoli elettrici produce 8 GWh l’anno, più della domanda militare complessiva.

L’autore propone tre percorsi non alternativi: costruire campioni nazionali, diversificare tramite partnership con Corea del Sud e Giappone, oppure sviluppare joint venture ed ecosistemi condivisi sul modello Airbus. Sul piano difesa, suggerisce che la NATO aggreghi la domanda tramite i propri High Visibility Projects, che i grandi gruppi della difesa diventino partner industriali attivi anziché semplici acquirenti, e che i fondi pubblici si concentrino nel ridurre il rischio delle fasi iniziali per attrarre capitale privato, richiamando l’appello del segretario generale NATO Mark Rutte a rilanciare la base industriale della difesa transatlantica.

Il commento di GrNet.it

Un dato riportato nell’analisi va isolato: la Cina copre circa l’80% della produzione mondiale di celle al litio e oltre il 90% dei materiali anodici, percentuali che nessun programma di riarmo europeo può aggirare comprando solo piattaforme e munizioni. Per le forze armate italiane, che stanno investendo su sistemi senza equipaggio e reti di sensori distribuiti, la questione non è astratta: un drone o un sensore tattico privo di batterie affidabili in tempi di crisi resta un pezzo di metallo inerte, non un sistema d’arma. L’articolo distingue correttamente ciò che è documentato, la quota di mercato cinese e i relativi controlli all’export del 2025, da ciò che resta un rischio potenziale, cioè un’eventuale arma commerciale su Taiwan, ed è una distinzione che meriterebbe più spazio anche nel dibattito italiano sulla capacità industriale della difesa. Il richiamo a NATO High Visibility Projects e all’aggregazione della domanda tra alleati indica una strada percorribile anche per l’industria italiana, che da sola non avrebbe la scala per competere su celle e materiali attivi. Resta da capire se Roma intenda muoversi su questo fronte prima che la dipendenza diventi, come per il gas russo, un dato di fatto difficile da correggere in tempo di crisi.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 1 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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