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Hormuz, la Cina regge grazie a scorte ed elettrificazione: i rischi del modello

Nel 2003 l’allora segretario generale del Partito comunista cinese Hu Jintao coniò l’espressione «dilemma di Malacca» per indicare la vulnerabilità del Paese a un passaggio marittimo obbligato. Da allora la sicurezza energetica sostiene la strategia industriale a basse emissioni di Pechino. Un commento di Chatham House sostiene che la crisi di Hormuz ha confermato quell’impostazione: la Cina ha assorbito lo shock grazie alle scorte e a un decennio di elettrificazione. L’Europa, argomenta l’autore, ha bisogno dell’elettrificazione per la propria sicurezza, ma deve stabilire quali parti del sistema è disposta ad acquistare da Pechino.

Il testo parte da un articolo di Zhao Hongtu e Chen Wenlin, pubblicato il 1° settembre 2026 su Qiushi, la rivista teorica del Partito comunista cinese. I due autori scrivono che le risorse non sono più «re» in campo energetico e che l’influenza spetterà a chi controlla tecnologia, finanza e regole della transizione, nell’era dell’«elettrostato». Che una rivista di partito elogi la linea di Pechino è prevedibile, nota Chatham House, ma i numeri vanno nella stessa direzione. La Cina importa il 70 per cento del petrolio, circa la metà dal Golfo, ed è stata l’importatore più esposto e al tempo stesso il meno colpito.

Il confronto con i Paesi ricchi è netto. I 32 membri dell’International Energy Agency, IEA, hanno effettuato il maggior rilascio di scorte di emergenza della loro storia: oltre 400 milioni di barili, di cui 172 milioni dalla Strategic Petroleum Reserve statunitense, per rimpiazzare parte dei 20 milioni di barili al giorno (b/d) che transitavano da Hormuz. Pechino non ha avuto bisogno di uno sforzo collettivo. Entrava nella crisi con circa 1,4 miliardi di barili stoccati, di cui 360 milioni nelle riserve governative e il resto in serbatoi commerciali, pari ad almeno tre mesi di importazioni.

Un terzo dei barili persi dal Golfo è stato sostituito con forniture di altra provenienza, tra cui il Brasile, secondo l’Asia Group. Il resto non è stato rimpiazzato: le importazioni di greggio sono scese di un terzo, da 12 milioni di b/d alla vigilia della guerra a meno di 8 milioni a maggio e giugno. Circa il 60 per cento del deficit è stato coperto con le scorte. Per il resto i consumi sono calati davvero: le raffinerie hanno ridotto la lavorazione e Pechino ha ordinato ai grandi raffinatori statali di fermare l’export di carburanti.

A rendere sostenibile il calo è stata, secondo l’analisi, l’elettrificazione, che consente di usare meno petrolio senza ridurre i trasporti. Nel primo semestre 2026 i veicoli elettrici hanno superato il 60 per cento delle vendite mensili interne, e secondo alcune fonti gli automobilisti convenzionali sono passati ai taxi elettrici. Nello stesso periodo la Cina ha aggiunto più capacità eolica che in qualsiasi anno solare precedente al 2025. Non si tratta di una coincidenza fortunata: il 15° Piano quinquennale 2026-2030, adottato a marzo, prevede tra l’altro di aumentare riserve e produzione, stabilizzare l’output di greggio a 200 milioni di tonnellate, sostituire i consumi petroliferi e garantire i minerali critici.

Il peso cinese nelle rinnovabili è ormai strutturale. Le nazioni del Sud-est asiatico hanno speso oltre 20 miliardi di dollari in tecnologie pulite cinesi nel 2026, secondo un’analisi Reuters che cita Ember. Nel 2024 la Cina ha prodotto oltre il 90 per cento di polisilicio, wafer e celle e l’86 per cento dei moduli solari mondiali. I finanziamenti verso il Sud globale hanno toccato circa 20,1 miliardi di dollari nel primo semestre 2026, più dell’intero 2025.

Per le medie potenze, però, la copertura ha un rovescio. Pechino controlla gran parte della raffinazione e dell’estrazione di molti minerali critici e a gennaio ha fermato le esportazioni di terre rare verso il Giappone, nel pieno delle tensioni legate a Taiwan. Il rischio, osserva Chatham House, è diverso da quello dei combustibili fossili: nessuna marina può bloccare il sole o il vento, e la dipendenza dalla tecnologia cinese colpisce la capacità di attuare la transizione più che l’offerta nel breve periodo.

Per l’Europa la Commissione ha già indicato il problema. Nel discorso sullo stato dell’Unione la presidente Ursula von der Leyen ha citato una dipendenza dalla Cina superiore all’80 per cento per molte materie prime critiche e al 90 per cento per alcune terre rare, chiedendo di costituire riserve. In autunno l’Unione europea deve definire la propria postura commerciale verso Pechino e le regole dell’Industrial Accelerator Act. La raccomandazione è di non rallentare la transizione e di diversificare in modo selettivo, come con le norme più severe sugli inverter. Secondo l’autore serve anche una leva propria, da usare come deterrenza geoeconomica, perché una Europa che non sa rispondere alla stessa maniera vedrebbe le proprie scelte energetiche decise da altri.

Il commento di GrNet.it

Nell’analisi manca una misura di quanto del modello cinese sia replicabile da un Paese europeo: la tenuta poggia su 1,4 miliardi di barili stoccati e su un ordine ai raffinatori di fermare l’export di carburanti, strumenti che un’economia di mercato come l’Italia non può attivare nello stesso modo. Va poi distinto ciò che è dichiarato da ciò che è documentato: la tesi dell’«elettrostato» viene da una rivista di partito, mentre i dati sulle importazioni e sulle scorte arrivano da fonti esterne come IEA ed EIA. Resta aperta anche la domanda sul Mediterraneo, perché il testo non dice quanto un Paese a forte importazione di gas e privo di grandi riserve strategiche possa contare sulla sola elettrificazione nei primi mesi di una crisi. Sono elementi che servirebbero per capire se la lezione cinese sia un modello o soltanto un termine di paragone.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 17 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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