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Etiopia ed Eritrea verso lo scontro dopo la riconquista di Mekelle

Venerdì il ministro degli Esteri etiopico Gedion Timothewos ha scritto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, invocando l’articolo 51 della Carta per denunciare un’avanzata di truppe eritree fino a 38 miglia all’interno del Tigray. Il giorno seguente il collega eritreo Osman Saleh ha risposto con una lettera analoga, definendo le accuse una «dichiarazione di guerra». Su Responsible Statecraft, Elfadil Ibrahim sostiene che i successi governativi in Tigray rendono l’escalation contro Asmara più allettante, nonostante vi siano ragioni di prudenza altrettanto forti.

Nella sua lettera Saleh cita una frase che attribuisce al vice capo di stato maggiore etiopico, generale Abebaw Tadesse, pronunciata il 27 settembre: l’obiettivo ultimo della guerra in Tigray sarebbe invadere Assab, città eritrea sul Mar Rosso. Secondo notizie non confermate, droni etiopici hanno colpito forze eritree nei pressi di Adirgat mercoledì e giovedì. Una fonte di sicurezza anonima ha riferito all’AFP che in Tigray sono schierati tra 5.000 e 8.000 soldati eritrei.

Le origini risalgono al 2020, quando il governo federale del primo ministro Abiy Ahmed combatté il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), che aveva dominato il Paese per quasi tre decenni prima del 2018. L’Eritrea affiancò le forze etiopiche. L’accordo di Pretoria del 2022 lasciò aperti disarmo, territori contestati e ritiro delle forze non federali, e Asmara non ne fu parte.

Da allora la fiducia tra i due vicini si è consumata. L’Etiopia ha perso lo sbocco al mare con l’indipendenza eritrea del 1993, e Abiy ha definito la perdita di Assab un errore «che sarà corretto domani». Funzionari etiopici precisano di cercare l’accesso al mare con il dialogo, ma l’Eritrea teme il ricorso alla forza.

Sul fronte interno, il 20 settembre il TPLF e sei altri gruppi armati hanno annunciato l’Alleanza dei popoli etiopici per la sopravvivenza, con l’obiettivo di rimuovere Abiy e instaurare un governo di transizione. Ne fanno parte le milizie Fano dell’Amhara e l’Esercito di liberazione oromo, protagonisti delle insurrezioni nelle due regioni più estese e popolose. Addis Abeba accusa l’Eritrea di finanziare e dirigere i ribelli; Asmara afferma che l’Etiopia pianifica da tre anni un’invasione. Secondo Ibrahim, le prove pubbliche sostengono entrambe le versioni.

L’Eritrea ha aperto canali con il TPLF, lo stesso movimento che combatté nella guerra di confine del 1998-2000 e nel primo conflitto del Tigray. Per uno Stato piccolo di fronte a uno molto più grande, il TPLF armato funge da cuscinetto: finché resta in armi, l’esercito etiopico non può schierarsi con pulizia al confine eritreo. Asmara ha inoltre coltivato l’Egitto e l’esercito sudanese, che hanno proprie rivendicazioni sulla Grande diga della rinascita etiopica e sul presunto sostegno di Addis Abeba alle Forze di supporto rapido sudanesi. Abiy ha però dichiarato di non provare «un briciolo di paura».

La presenza eritrea in territorio etiopico, ricorda l’autore, non è nuova. L’accordo di Pretoria e la successiva dichiarazione di Nairobi legavano il disarmo dei tigrini al ritiro delle forze straniere; le truppe eritree lasciarono i centri maggiori ma restarono in sacche di confine contese. L’avanzata attuale approfondisce quella presenza e offre ad Addis Abeba un casus belli che prima non aveva.

Il quadro diplomatico si è chiuso. I due Paesi hanno interrotto le relazioni il 1° ottobre; Etiopia ed Egitto hanno espulso i rispettivi diplomatici; il capo di stato maggiore, feldmaresciallo Birhanu Jula, ha indicato «Shaebia», cioè il governo eritreo, insieme a Sudan, Egitto e «potenze esterne» come sostenitori della ribellione. Il 4 ottobre a El Alamein, sulla costa mediterranea egiziana, i leader di Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan hanno dichiarato che la governance del Mar Rosso spetta agli Stati rivieraschi. Secondo Reuters, che cita funzionari egiziani, avrebbero concordato un coordinamento militare e di intelligence se il conflitto oltrepassasse i confini etiopici.

Le forze governative hanno ripreso Mekelle il 4 ottobre e i voli civili sono ripresi domenica. Ibrahim ritiene che Addis Abeba possa essere tentata di risolvere in un colpo solo il dilemma di sicurezza con Eritrea e la mancanza di sbocco al mare. Lo frenano però il comando del TPLF, ritiratosi da Mekelle ma non collassato, la persistenza di Fano e Oromo Liberation Army, e la dipendenza delle importazioni da un’unica strada verso Gibuti, la cui esposizione è emersa con l’incursione ribelle nella regione dell’Afar.

Sul piano internazionale, l’Unione Africana (AU), con sede ad Addis Abeba, è accusata di inerzia. Gli Stati Uniti sarebbero meglio posizionati come mediatori, ma hanno lasciato decadere le sanzioni legate alla precedente guerra, allentato le restrizioni sulle armi a Addis Abeba e visto Boeing firmare un accordo da 5 miliardi di dollari con Ethiopian Airlines il 30 settembre. Con il progetto aeroportuale da 12,5 miliardi di dollari a Bishoftu, lo Stato rischia di avere poco da comprare o costruire se scivola in due guerre.

Il commento di GrNet.it

Quanto pesa un casus belli fondato su una frase che nessuno ha verificato? La lettera etiopica all’ONU si regge su un’avanzata di 38 miglia, quella eritrea su una dichiarazione che il ministro Saleh attribuisce al generale Abebaw Tadesse, e la cifra di 5.000-8.000 soldati viene da una fonte anonima: sono dichiarazioni, non fatti accertati. Resta fermo il vertice di El Alamein, che porta la partita del Mar Rosso sulla costa mediterranea e impone anche a chi guarda al Mediterraneo allargato di seguire un conflitto apparentemente lontano. Sarebbe utile capire, in questa fase, quali dati siano davvero verificabili prima di trarre conclusioni.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 14 ottobre 2026

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