Oman guarda a Pechino mentre Washington perde credibilità nel Golfo

All’inizio di luglio il viceministro degli Esteri cinese Miao Deyu ha incontrato a Pechino il segretario generale del Consiglio di sicurezza nazionale omanita, Idris Abdulrahman Al Kindi. I due hanno riaffermato il sostegno reciproco ai rispettivi interessi centrali e discusso di come integrare la Belt and Road Initiative con il piano Oman Vision 2040, oltre che di questioni di sicurezza regionale: lo riporta un’analisi di Giorgio Cafiero pubblicata da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute.
Durante la visita, Al Kindi ha incontrato anche un funzionario del Partito Comunista Cinese, Jin Xin. Oman ha espresso l’intenzione di apprendere dall’esperienza di governance del PCC e di rafforzare la cooperazione in commercio, investimenti, parchi industriali e turismo. Il livello dei partecipanti, secondo l’articolo, segnala che l’impegno bilaterale si sta spostando oltre il piano commerciale, verso la consultazione politica e strategica.
Hamed S. Al Ghaithi, senior research associate presso Country Risk Solutions, ha dichiarato a Responsible Statecraft che «Oman sopravvive assicurandosi che nessuna singola relazione possa tenere in ostaggio la sua sovranità», definendo la diversificazione delle partnership «l’istinto più antico della statecraft omanita moderna». Secondo Al Ghaithi, «ciò che la guerra ha fatto è trasformare una preferenza in una necessità».
L’articolo colloca questa evoluzione nel contesto del deterioramento dei rapporti con Washington: la decisione dell’amministrazione Trump di lanciare a fine febbraio una guerra contro l’Iran, sabotando la mediazione diplomatica facilitata da Muscat, e la successiva minaccia di Trump di «far saltare» l’Oman, dopo notizie di trattative tra Muscat e Teheran su un pedaggio congiunto per lo Stretto di Hormuz.
Un analista geopolitico omanita, citato in forma anonima, ha spiegato che Oman rafforzerà probabilmente i legami non solo con la Cina ma anche con potenze europee, India, Russia e altri Stati asiatici, con l’obiettivo di ampliare il margine di manovra senza sostituire una dipendenza con un’altra. La neutralità e il ruolo di mediazione resteranno centrali, ma Muscat potrebbe mostrarsi più assertiva nel difendere la propria sovranità.
Sul piano economico, l’energia resta il fondamento delle relazioni sino-omanite, ma la cooperazione è destinata ad ampliarsi a logistica, manifattura, energie rinnovabili e infrastrutture digitali. Oman e Cina, insieme all’Iraq, hanno già contribuito alla normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023, un precedente che l’analisi cita come prova della sinergia diplomatica tra i due Paesi. Entrambi condividono l’interesse a evitare che lo Stretto di Hormuz diventi un campo di battaglia o uno strumento di coercizione politica.
La cooperazione in materia di sicurezza potrebbe estendersi a coordinamento marittimo, cybersicurezza, contrasto al terrorismo, formazione militare e scambio di intelligence su minacce non tradizionali, oltre a limitate acquisizioni di sistemi cinesi. Tuttavia Muscat, secondo l’articolo, esclude impegni di alleanza o basi militari permanenti, mantenendo i legami di difesa con Regno Unito e Stati Uniti come perno principale.
Al Ghaithi conclude che l’Oman rappresenta un caso di verifica per capire se gli Stati piccoli possano preservare il multi-allineamento in un ordine internazionale in via di frammentazione, e se Washington sia disposta a tollerare partner anziché pretendere clienti. Se la pressione americana dovesse costringere Muscat a scegliere, avverte, gli Stati Uniti non otterrebbero un alleato più obbediente, ma perderebbero lo strumento diplomatico più utile della regione, mentre la Cina erediterebbe senza costi una relazione costruita in due secoli.
Il commento di GrNet.it
Un piccolo sultanato che per decenni ha fatto da canale riservato tra Washington e Teheran si ritrova oggi a dover diversificare i propri referenti per non restare esposto alle oscillazioni di una sola capitale: è la scena di fondo di questa analisi. Per la Marina militare italiana, che opera nell’area a tutela del traffico mercantile e della sicurezza di Hormuz, la tenuta del ruolo di mediatore omanita non è un dettaglio periferico, ma una condizione di prevedibilità operativa nello stretto. Se Muscat perde margine di manovra diplomatica, aumenta la probabilità di crisi gestite con strumenti militari anziché negoziali, con riflessi diretti sulle rotte energetiche che interessano anche l’Italia. L’analisi non affronta però quanto l’espansione cinese nella regione, per quanto ancora selettiva sul piano della sicurezza, possa nel tempo alterare gli equilibri su cui si basano le missioni multinazionali di sorveglianza marittima nel Golfo.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 27 luglio 2026



