Medio OrienteOsservatorio Strategico

Iran ha imparato dalla guerra, Washington no

Un ponte crollato dopo un attacco missilistico, due auto abbandonate accanto alle macerie: l’immagine che accompagna l’analisi di Chatham House racconta bene la distanza tra i danni materiali infl itti e i risultati politici mancati. A quasi cinque mesi dall’inizio della campagna militare lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, scrive il think tank britannico, sta diventando difficile evitare una conclusione: gli obiettivi centrali che avevano motivato la decisione di Washington non si sono materializzati.

Le guerre, ricorda l’analisi, vanno giudicate non dal numero di obiettivi colpiti o dalle sortite effettuate, ma dal raggiungimento degli scopi politici prefissati. Su questo piano, la campagna contro l’Iran meriterebbe una valutazione più sobria di quella corrente.

Il primo pilastro a non aver retto è l’ipotesi di un cambio di regime. Nonostante il malcontento diffuso — sanzioni, inflazione, corruzione, repressione politica, sfociati nelle proteste nazionali di fine 2025 e inizio 2026 soffocate con durezza dall’apparato di sicurezza — la Repubblica islamica non è collassata. Il rapporto osserva che i regimi autoritari mostrano spesso una resilienza maggiore del previsto sotto attacco esterno, perché l’aggressione consente loro di presentarsi come difensori della sovranità nazionale, disinnescando il dissenso interno. Le fratture politiche restano, il rial ha toccato minimi record nel fine settimana citato dall’analisi, ma lo Stato conserva coesione istituzionale e disciplina delle élite.

Il secondo assunto contestato riguarda il presunto azzeramento delle capacità militari iraniane. Il presidente Donald Trump ha più volte dichiarato che l’arsenale missilistico iraniano era stato «obliterato»; funzionari israeliani hanno rivendicato la distruzione di lanciatori, impianti di produzione e nodi di comando e controllo. Gli sviluppi degli ultimi cinque mesi, tuttavia, indicano che quelle valutazioni erano quantomeno premature: Teheran ha mantenuto la capacità di lanciare missili balistici, da crociera e drone su più teatri, dallo Stretto di Hormuz a basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Iraq e Giordania. Non esiste, sottolinea Chatham House, una stima pubblica attendibile delle scorte o della capacità produttiva residua di Teheran.

Più rilevante, secondo gli autori, è la capacità di apprendimento dimostrata dall’Iran. A differenza delle risposte misurate del 2024 — dopo l’attacco al consolato di Damasco e le uccisioni di combattenti di Hezbollah e Hamas — e della reazione contenuta ai bombardamenti su Fordow del giugno 2025, nel conflitto del 2026 Teheran ha adottato una selettività di targeting mirata a massimizzare il valore strategico di ogni colpo, puntando su infrastrutture energetiche del Golfo, porti e nodi logistici. Il think tank definisce questa impostazione una strategia di attrito, non di dominio sul campo di battaglia: l’obiettivo è aumentare gradualmente i costi politici, economici e militari per gli avversari, preservando al contempo opzioni di escalation future.

Anche l’ipotesi di una capitolazione politica iraniana risulta infondata: le linee rosse di Teheran — arricchimento dell’uranio sul proprio territorio, programma missilistico balistico, sostegno ai proxy regionali — restano quelle precedenti al conflitto, con l’aggiunta del controllo dello Stretto di Hormuz. L’analisi conclude che, senza una revisione delle premesse strategiche americane, il conflitto rischia di autoalimentarsi in un ciclo di scambi di colpi, tregue temporanee e negoziati falliti, ciascuno presentato come quello decisivo, ma destinato a rafforzare in Teheran la convinzione che la pazienza strategica, non il compromesso, resti l’opzione migliore.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non affronta un aspetto che pesa sulle valutazioni europee: se l’Iran ha davvero adottato una dottrina di attrito calibrato, con colpi selettivi contro infrastrutture energetiche e nodi logistici del Golfo, la domanda per Roma non è solo quanto tempo durerà il confronto, ma quanto sia esposta l’Italia a un’escalation che passa per lo Stretto di Hormuz e i flussi energetici mediterranei. Una strategia che punta a logorare senza cercare la battaglia decisiva è difficile da contenere con i soli strumenti della deterrenza convenzionale, perché non offre un bersaglio politico chiaro da colpire per chiudere la partita. Per la Marina italiana e per chi pianifica la protezione delle rotte commerciali nel Mediterraneo allargato, il precedente iraniano meriterebbe uno studio più attento delle capacità di intercettazione e delle risposte dei sistemi di difesa missilistica israeliani e americani, proprio perché quei dati di efficacia operativa, se davvero raccolti da Teheran come suggerisce l’analisi, ridisegnano il rapporto costi-benefici di ogni futura crisi nel Golfo.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 21 luglio 2026

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio