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Il partenariato NATO-Indo-Pacifico regge, ma cambia natura

Secondo un’analisi di Philip Shetler-Jones pubblicata da RUSI, il formato Indo-Pacific 4 (IP4) — che riunisce Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud nel dialogo con la NATO — sta attraversando una fase di ridefinizione più che di declino, nonostante segnali che potrebbero suggerire il contrario.

Al vertice di Ankara del 2026 la rappresentanza è stata più contenuta rispetto al summit di Madrid del 2022, quando per la prima volta i capi di Stato e di governo dell’IP4 avevano partecipato a un vertice NATO. Solo la Corea del Sud ha inviato il proprio presidente, mentre gli altri partner hanno mandato ministri della Difesa; il Giappone ha aggiunto anche il ministro degli Esteri, dato che il primo ministro Takaichi era trattenuto da impegni legislativi interni. L’autore osserva che questo livello di presenza può essere letto sia come segnale di affievolimento dell’interesse, sia come indizio di una maturazione del partenariato verso una funzionalità più pragmatica, centrata su industria della difesa e procurement.

Il rapporto ricostruisce le tensioni originarie del formato: fin dall’inizio, gli alleati hanno temuto che una posizione collettiva NATO sulla Cina, di fatto dominata dagli Stati Uniti, potesse compromettere le rispettive diplomazie bilaterali con Pechino. Questa cautela ha fatto naufragare una proposta iniziale di aprire un ufficio di collegamento NATO a Tokyo, spingendo l’agenda dell’IP4 verso obiettivi più condivisi, come il contrasto alla proliferazione nucleare nordcoreana e la risposta industriale collettiva alla guerra russa in Ucraina.

Paradossalmente, secondo l’analisi, è stato proprio l’appoggio cinese all’escalation russa del 2022 a rafforzare l’idea di una sicurezza indivisibile tra teatro euro-atlantico e indo-pacifico. La guerra ha aperto mercati ai produttori asiatici, in particolare sudcoreani, per rifornire arsenali europei svuotati dal sostegno a Kiev, mentre il dispiegamento di truppe nordcoreane al fianco della Russia — in cambio di trasferimenti tecnologici a Pyongyang — ha fatto circolare lezioni operative in entrambe le direzioni, fino a raggiungere Giappone e Taiwan.

L’autore segnala però che la seconda amministrazione Trump si è mostrata scettica sul principio di indivisibilità: la National Defence Strategy statunitense lo considera non solo evitabile ma auspicabile, in linea con la visione di una ‘NATO 3.0’ delineata dal sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, che avrebbe spinto per la cancellazione del dispiegamento del gruppo portaerei britannico in Giappone. Dopo il fallimento dell’offensiva tariffaria, Washington ha inoltre perseguito una distensione con Pechino basata sulla ‘stabilità strategica costruttiva’, che mal si concilia con iniziative percepite come un fronte comune occidentale.

Sul fronte della cosiddetta ‘europeizzazione’ della NATO, il rapporto conclude che, contrariamente a un’intuizione superficiale, essa non ridurrà l’attenzione verso l’Asia ma la ricollocherà su cooperazione industriale, interoperabilità, sviluppo congiunto e sicurezza delle catene di approvvigionamento, anche in materie prime critiche. Il futuro dell’IP4, secondo l’autore, sarà quindi meno orientato a una politica comune sulla Cina e più a uno scambio funzionale di capacità e lezioni apprese dal conflitto ucraino.

Il commento di GrNet.it

Che cosa resta, in pratica, di un formato che nasce come deterrenza politica verso Pechino se Washington stessa smette di crederci? Poco della componente politica, ma qualcosa di più solido sul piano industriale e addestrativo, che è poi la parte che interessa chi pianifica capacità reali. Per l’Italia, che partecipa alla NATO senza sponde dirette sull’Indo-Pacifico ma con interessi industriali nel comparto navale e missilistico, la traiettoria descritta da RUSI segnala dove si sposteranno i programmi di co-sviluppo e le lezioni operative su droni e guerra elettronica maturate in Ucraina. Il rischio, non affrontato dall’analisi, è che una NATO più europeizzata finisca per assorbire risorse e attenzione proprio mentre si riducono i canali di scambio con i partner asiatici più avanzati sul piano tecnologico.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 13 luglio 2026

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